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martello-giudice-web0di Francesca Mondin - 24 aprile 2013
Restano in cella i boss della ‘Ndrangheta lombarda, arrestati durante l'operazione "Infinito" nel 2010 e giudicati ieri in secondo grado con rito abbreviato dalla I sezione della Corte D'Appello di Milano. Vittoria storica per chi da anni sostiene la radicata presenza della mafia al nord, visto che è stato confermato l’impianto accusatorio dei sostituti procuratori generali Laura Barbaini e Felice Insardi.
Ieri in tarda serata, dopo 9 ore di ritiro in Camera di Consiglio, la Corte d'Appello presieduta da Rosa Polizzi ha emesso la sentenza. Durante la  lettura non sono mancati i fischi e gli applausi degli imputati dietro le sbarre, in segno di scherno e di sfida. I capi cosca si sono visti così confermare  le 110 condanne inflitte dal gup Arnaldi nella sentenza di primo grado del 19 novembre 2011. Unica differenza,  qualche riduzione di pena  ai boss: la più sostanziosa quella di Pasquale Zappia, considerato il “capo dei capi”, che vede scendere a 9 i 12 anni di reclusione inflitti in primo grado. 

Per il capo della locale di Milano, Cosimo Barranca, gli anni di prigione da 14 sono diventati 12. Uno sconto di pena minore, di soli 8 mesi, è toccata a Cosimo Maiolo, condannato a 11 anni e 4 mesi. Altro soggetto importante che ha goduto di un ridimensionamento di pena è Vincenzo Mandalari, boss e imprenditore a capo della locale di Bollate, arrestato a San Giuliano Milanese dopo essersi dato alla latitanza  e condannato a 12 anni e 8 mesi anziché a 14. La pena più alta resta quella di Alessandro Manno, ras di Pioltello, condannato a 15 anni e 3 mesi, contro i 16 della sentenza del 19 novembre 2011. Resta invece invariata la pena dell’ex sindaco del comune di Borgarello (Pavia), Giovanni Valdes, che si è visto confermare un anno e quattro mesi (pena sospesa) per turbativa d’asta. Per alcuni boss i beni sono stati dissequestrati, per altri invece è stato disposto il sequestro conservativo. È stato confermato anche il risarcimento dei danni nei confronti della Regione Lombardia, dell’associazione Antiracket e degli altri comuni che si sono costituiti parte civile.
Per conoscere le motivazioni dei giudici di Milano sulla conferma della sentenza di primo grado bisogna attendere 90 giorni. Intanto è stato scampato il rischio di azzeramento del giudizio formulato dal gup Roberto Arnaldi. La Cassazione lo scorso gennaio aveva annullato la deposizione delle motivazioni della sentenza depositata da Arnaldi, per vizio di forma. Il vizio consisteva in un “doppio deposito” contestato dagli avvocati difensori: il gup aveva deposto la sentenza in due tempi perché la stampante “si era mangiata” 120 pagine delle 900 totali e lui se ne era accorto in un secondo momento.
Il pericolo consisteva anche nel vedere vanificato il lavoro del procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dei sostituti Alessandra Dolci e Paolo Storari assieme alla Dda di Reggio Calabria, culminato nel maxiblitz “Crimine Infinito” ad opera del Ros. L’Operazione portò all’arresto di oltre 300 persone, di cui 160 in Lombardia. La maggior parte degli indagati lombardi scelsero il rito abbreviato, e a 16 mesi da gli arresti arrivarono le 110 condanne in primo grado confermate ieri. Altre 41, persone sono state invece condannate in rito ordinario il 6 dicembre scorso.
Dalle indagini è emerso come, a differenza di quanto sostenuto dalla politica di allora, la ‘Ndrangheta ha messo radici ben salde nel territorio lombardo. Nelle intercettazioni telefoniche da cui partì l’indagine il boss Vincenzo Mandalari, capo della locale di Bollate, parla di riti e assetti della ‘Ndrangheta e fornisce agli investigatori una geografia mafiosa in presa diretta, svelando la presenza di venti locali e almeno cinquecento affiliati. Si tratta quindi di una ‘Ndrangheta lombarda, sempre collegata alla Calabria ma con delle locali sul territorio, una mafia infiltrata in vari strati sociali fino ad arrivare alla cosiddetta zona grigia. L’organo di comando dell’intera organizzazione era Cosimo Barranca , capo della locale di Milano, che grazie ai contatti diretti con la Provincia  manteneva i  rapporti con uomini appartenenti ad ambienti di potere. Come Pietro Pilello, manager in passato presente in molti cda di società di Regione Lombardia o Carlo Antonio Chiriaco, ex direttore sanitario dell’Asl di Pavia. Amico di politici e boss insospettabili, come quel Pino Neri, massone dichiarato e ritenuto il capo della locale di Pavia, mafioso e avvocato tributarista rispettato. Interessante è anche la storia di Pasquale Zappia, che venne nominato ‘capo dei capi’ durante una riunione a Paderno Dugnano, nel centro intitolato a Falcone e Borsellino.
Questa sentenza rende innegabile la presenza e l’infiltrazione mafiosa nei vari tessuti sociali, economici, imprenditoriali e politici del Nord, e di conseguenza del radicamento della cultura mafiosa già presente nelle realtà meridionali, dove la mafia è presente da secoli.

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