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nicaso-gratteridi Miriam Cuccu - 23 novembre 2012
Lo scorso 21 novembre la cittadina marchigiana di Corridonia ha ospitato presso il teatro Velluti la presentazione del libro: “Dire e non dire – i dieci comandamenti della ‘Ndrangheta nelle parole degli affiliati', l’ultimo saggio scritto da Nicola Gratteri, procuratore aggiunto di Reggio Calabria, e da Antonio Nicaso, giornalista e storico delle organizzazioni criminali, tra i maggiori esperti sul tema.

L’incontro ha suscitato grande partecipazione e soprattutto attenzione per un fenomeno in preoccupante espansione ma troppo poco esplorato e approfondito nonostante le dimensioni e la pericolosa capacità di condizionamento dell’economia e dell’ordine democratico.
Nel corso del dibattito Gratteri e Nicaso hanno puntato i riflettori sulle varie attività della 'Ndrangheta, che in maniera esponenziale domina ormai in vasti settori dell'economia nazionale e mondiale, oltre a una consistente fetta della politica nazionale e internazionale (in particolare sudamericana). Principale fonte di rendita della 'Ndrangheta s.p.a. è l'impero della droga, facilitato dalla creazione di un potente network internazionale “a conduzione familiare”.
“Le famiglie - ha spiegato Gratteri - si consorziano tra loro per acquistare una partita di cocaina dal Sud America, soprattutto dalla Colombia, ma ultimamente anche da paesi meno controllati come il Brasile, l'Uruguay, il Perù, tramite i broker, figure intermediarie legate da un vincolo di sangue alla mafia calabrese. Per conto di queste famiglie conducono la trattativa sull'acquisto con i cartelli colombiani, insieme ai quali sono in società, e con gli esponenti del terrorismo locale. Il tutto per poter avere un prezzo più basso”. Un business basato soprattutto sulla fiducia, perché trattare con la 'Ndrangheta vuol dire poter beneficiare di certe garanzie come ad esempio la quasi totale assenza di collaboratori di giustizia di pericoloso calibro. Sono i legami familiari la vera forza di questa organizzazione perché si sa “il sangue non scolora”.
Lo dimostra il fatto che si tratta di una delle poche mafie che acquista ingenti quantità di droga esclusivamente sulla parola.
Per avere un’idea più precisa dell'enorme fatturato proveniente dal solo traffico di stupefacenti basta fare due calcoli con i dati forniti dal dott. Gratteri: “La cocaina – la più richiesta dai primi anni '90 in poi – pura al 98-99% costa milleduecento euro al chilo. Una volta tagliata da quel chilo se ne ricavano quattro. Un solo grammo, rivenduto al dettaglio, costa in media cinquanta euro”. I numeri (e i milioni) vanno via via moltiplicandosi se si pensa che un solo ‘ordine’ si aggira intorno agli ottomila chili.
Un giro d'affari che dà in particolare a questa organizzazione criminale un'enorme possibilità di investimento nell'imprenditoria italiana ed europea, ma anche in quella dell’ America settentrionale e in Canada. Vera fonte di potere della 'Ndrangheta è però lo stretto rapporto con le istituzioni. Un rapporto nel quale ultimamente non è più il mafioso a cercare l'uomo politico. “Fino a vent'anni fa – ha chiarito Gratteri - era il mafioso ad offrire i pacchetti di voti, mentre oggi sono i politici a bussare alle porte della mafia per chiedere i suoi voti in cambio di appalti. Questo perché ora è la mafia ad essere più forte e più credibile”.
E’ un sodalizio che dura nel tempo visto che “fin da subito la 'Ndrangheta ha saputo gestire i rapporti con i politici, perché sono la spina dorsale del potere mafioso” ha precisato Nicaso “ed è interessata soprattutto alla composizione delle amministrazioni regionale e provinciale piuttosto che non al governo in sé”. È infatti sul territorio locale che ha la possibilità di esercitare maggiore influenza (prova ne è la massiccia infiltrazione dei clan Valle-Lampada nell'amministrazione milanese) sebbene, come ha ben specificato uno dei grandi boss: “La forza è là, la mamma è là”, cioé il potere proviene sempre e solo dalla Calabria. Tuttavia è il Nord ad essere il nuovo proficuo terreno di gioco dove la mafia calabrese muove le sue pedine, tanto nella politica quanto nelle attività imprenditoriali. “E’ strabiliante notare con quanta facilità diversi esponenti della 'Ndrangheta si siano insediati nel Nord Italia – ha raccontato Gratteri - molti imprenditori li hanno accolti a braccia aperte perché grazie a loro ricevevano forniture per le aziende a prezzi molto più bassi”.
I bersagli preferiti degli usurai sono quelle aziende che, specie in periodo di crisi, scelgono di affidarsi a loro per non andare in fallimento “senza pensare che mettendosi in società con la mafia si perde sia l'impresa che la dignità. Tu hai finito di dirigere un azienda, da quel momento pensa a tutto lei, e non puoi più cacciarla via” ha proseguito il procuratore aggiunto. Sono circa seicentomila italiani a finire nella rete dell'usura. Di questi, almeno duecentomila sono commercianti. E non solo al Nord: “Anche le Marche risultano essere una regione molto appetibile per il suo tessuto produttivo e la sua rete di piccole e medie imprese – ha svelato Nicaso – nel corso di alcune inchieste è stata accertata la presenza di importanti famiglie 'ndranghetiste che investono sul territorio locale”.
La 'Ndrangheta è, insomma, una mafia perennemente seduta dalla parte del potere, a cui interessa lavorare e convivere pacificamente con uno Stato colpevole di aver considerato la criminalità organizzata “un'eterna emergenza”. “Da quando è stata costituita l'Italia la mafia non è stata mai combattuta seriamente. Per questo il nostro è un Paese a sovranità limitata” ha aggiunto il giornalista. “Questo momento così difficile per la nostra economia è per la 'Ndrangheta l'occasione di acquisire nuove quote di minoranza di aziende sparse nel mondo. Il suo obiettivo è investire in ogni settore, non creare allarme sociale. Tant'è vero che quando Cosa Nostra volle coinvolgerla nella messa a punto delle stragi del '92 e '93, la 'Ndrangheta rifiutò. Perché la sua forza sta nell'infiltrarsi all'interno dello Stato, non nel combatterlo”.
E riguardo alla possibilità di una futura sconfitta della mafia, Gratteri non ha dubbi: “Per arginare il fenomeno mafioso il sistema politico dovrebbe dare una serie di nuove norme: un sistema giudiziario diverso e un migliore sistema scolastico dove si insegni ai ragazzi a leggere un giornale, a dialogare, a discutere e a stare insieme perché oggi non si parla più. Con queste regole del gioco, invece, non andremo da nessuna parte. Ci sarà solo una mafia più ricca … e finirà solo quando finirà l'uomo sulla terra”. Qualche esempio pratico? “Introdurre una serie di riforme che risolvano il problema del sovraffollamento delle carceri, riaprire Pianosa e l'Asinara. Perché sono state chiuse?” ha domandato il procuratore aggiunto tra gli applausi “e soprattutto mettere a punto un sistema penale nel quale non sia conveniente delinquere. Perché in fondo cosa sono cinque o sei anni di carcere per un boss che detiene il potere nel proprio paese?”. Poco o niente, per questo è necessario che ognuno faccia il proprio dovere: “Se un cittadino ha scelto un mestiere da esercitare, in uno Stato normale dovrebbe poterlo svolgere, pagare le tasse, impegnarsi nel sociale e concedersi qualche passeggiata. Non dovremmo chiedergli di fare l'eroe, non dovrebbe essere messa a repentaglio la sua vita -  ha concluso Gratteri - se invece sei un magistrato o un uomo delle forze dell'ordine devi fare qualcosa in più, devi impegnarti totalmente ventiquattro ore su ventiquattro”. Perché non ci sia più lo straordinario impegno di pochi eroi, ma l'ordinario impegno di tutta la società civile.

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