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zambetti-domenico-webDal comune reggino sciolto per mafia alle manette per l’assessore Zambetti
di Monica Centofante - 10 ottobre 2012
Da sud a nord, da Reggio Calabria a Milano, la ‘Ndrangheta fa politica. Procura voti, infiltra le amministrazioni, condiziona la gestione di comuni, province, regioni.

Ieri la notizia dello scioglimento per mafia del comune di Reggio Calabria, oggi l’arresto dell’assessore regionale lombardo Domenico Zambetti, uomo del governatore Roberto Formigoni, che secondo l’accusa avrebbe comprato un pacchetto di 4000 preferenze al prezzo di 200.000 euro versati nelle casse di alcune delle più potenti cosche calabresi.
La cronaca di queste ore è un inquietante spaccato della storia politica del nostro Paese. Svenduto alle cricche e alle mafie perché il denaro e il consenso, patrimonio delle organizzazioni criminali, garantiscono il potere e oliano i meccanismi di lucrosi affari.
Due anni fa, in tempi di crisi e misure lacrime e sangue, dal comune di Reggio Calabria sono spariti nel nulla 180 milioni di euro. Un buco di bilancio scoperto nel corso delle indagini seguite al misterioso suicidio di Orsola Fallara, dirigente del locale Ufficio finanza, e che hanno portato alla luce una serie di fatti riportati oggi nella relazione di circa 250 pagine che ha convinto il Cdm a procedere con lo scioglimento del consiglio comunale. Una “scelta sofferta”, come ha spiegato il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, ma presa “a favore della città”, “come atto di rispetto” e con la “volontà di restituire il paese alla legalità” senza la quale “non c’è sviluppo”. Anche se il provvedimento, ha tenuto a sottolineare, è per “contiguità e non per infiltrazioni” mafiose.  
Cinque i punti che dimostrano la vicinanza dell’amministrazione della giunta guidata dal sindaco Arena alle ‘ndrine. Primo fra tutti il mancato rinnovo della convenzione con la “stazione appaltante”, strumento per evitare le infiltrazioni mafiose. E, a seguire, la gestione allegra della confisca dei beni alle cosche e degli appalti pubblici, assegnati con degli stratagemmi a ditte in odore di mafia; la rappresentanza legale del comune, affidata a studi legali esterni che per questioni di incompatibilità (clienti mafiosi) non avrebbero potuto assumere l’incarico e, in ultimo, la vicenda della società partecipata Multiservizi (per il 51% di proprietà del comune), sciolta per mafia qualche tempo fa. I boss, si legge nella relazione, avevano in mano tutto: nomine, servizi, gestione del sociale.
Ora Reggio Calabria è il primo capoluogo di provincia della storia che viene sciolto per mafia. Una vergogna che si aggiunge a quella dei tre consiglieri regionali arrestati nel corso di questa legislatura: uno di loro, Santi Zappalà, è accusato di essere andato dal boss Giuseppe Pelle a Bovalino a chiedere voti mentre un altro, Francesco Morelli, è finito in manette nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Milano sulla cosca Valle-Lampada ed è tuttora sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa.
“I politici – ha più volte raccontato il pentito Nino Fiume, ex cognato del boss Peppe De Stefano – venivano a bussare alla nostra porta. C’era gente che valeva venti o trenta voti e se ne ritrovava migliaia”. Forse come l’assessore regionale alla Casa arrestato oggi a Milano, Domenico Zambetti uomo di Formigoni, che i voti alla mafia li avrebbe  pagati in contanti. Tre tranche, una da 200, una da 80 e l’ultima da 30 mila euro consegnate nelle mani di Giuseppe D’Agostino, gestore di locali notturni e appartenente alla cosca calabrese dei Morabito-Bruzzaniti.
Con Zambetti gli indagati al Pirellone salgono a 13, tra cui lo stesso presidente Roberto Formigoni, accusato di corruzione aggravata. Mentre nell’ordinanza, firmata dal gip Alessandro Santangelo su richiesta della Dda coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini, emerge chiaramente, ancora una volta, la cosiddetta zona grigia. Quel mondo fatto di colletti bianchi, politici, imprenditori, persone “per bene” solo apparentemente lontani dal crimine.
Zambetti, ha sottolineato oggi la Boccassini, si è rivolto alla ‘Ndrangheta "come se fosse una holding", per recuperare i voti che gli erano necessari alle elezioni regionali del 2010. Un atteggiamento “devastante per i principi della democrazia”. “E’ stato verificato – ha aggiunto – che il procacciamento dei voti ha determinato l’inquinamento dell’agire di un Paese democratico”. Per questo, per stringere accordi e fare affari tra sud e nord non esistono confini. E a pagare le spese, in tutti i sensi, sono sempre i cittadini.

In foto: Domenico Zambetti e il Comune di Reggio Calabria © Ansa

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