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La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro ha confermato la condanna all’ergastolo per Rosaria Mancuso, 68 anni, di Limbadi (Vibo Valentia), ritenuta una dei mandanti dell’omicidio del biologo Matteo Vinci, 42 anni, ucciso il 9 aprile 2018 da una bomba collocata nella sua auto. Nello stesso attentato rimase gravemente ferito il padre della vittima, Francesco Vinci, che riportò serie ustioni su tutto il corpo.
La sentenza arriva al termine di un nuovo processo di secondo grado disposto dalla Corte di Cassazione nel giugno dello scorso anno. I supremi giudici avevano annullato con rinvio la precedente condanna a Rosaria Mancuso, chiedendo una motivazione più approfondita sul concorso nel reato di omicidio: la “mera connivenza”, avevano sottolineato, non è punibile.
Nel nuovo giudizio d’appello i giudici hanno ribadito la responsabilità dell’imputata, accogliendo le richieste del sostituto procuratore generale Raffaella Sforza e degli avvocati di parte civile Giovanna Fronte e Nazzareno Lopreiato, che assistono i genitori di Matteo Vinci, Sara Scarpulla e Francesco Vinci.
Sono state confermate anche le condanne già definitive per gli altri imputati: Domenico Di Grillo a 6 anni di reclusione, Lucia Di Grillo a 3 anni e Vito Barbara all’ergastolo. Secondo la ricostruzione dei giudici, il delitto non ha matrice mafiosa. Si è trattato invece di una vendetta privata maturata all’interno di una lunga e feroce “contesa tra vicini” per un pezzo di terra conteso da anni tra la famiglia Mancuso e quella Vinci-Scarpulla. Un odio profondo che aveva creato un clima di conflittualità esasperata.
Rosaria Mancuso è sorella dei boss Giuseppe, Diego, Francesco e Pantaleone Mancuso, esponenti di vertice della potente cosca calabrese storicamente tra le più importanti della ‘Ndrangheta. Dopo l’attentato, un ramo della stessa famiglia (quello facente capo al boss Luigi Mancuso) si era pubblicamente dissociato dal gesto, recandosi a casa della madre di Matteo Vinci per porgere le condoglianze.
La famiglia Vinci è stata assistita lungo tutto il lungo iter giudiziario dall’avvocato Giovanna Fronte

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