Intervenendo ad Albiano lo scorso 15 aprile, nella serata dedicata alle vicende giudiziarie (e non) legate al processo ‘Perfido’, Domenico Sartori (direttore del mensile delle Acli trentine) ha esortato a “leggere il presente con gli occhi di domani”, citando le parole del biblista Luciano Manicardi, fatte proprie dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per invitare le comunità interessate dalla presenza ‘ndranghetista a guardare avanti, ripensando il proprio futuro. Ma perché si possa guardare avanti senza prendere facili abbagli, individuando vie d’uscita non illusorie dalla grave situazione determinatasi con l’insediamento nella zona del porfido trentino di una ‘locale’ dell’organizzazione mafiosa calabrese e le connessioni che essa ha stabilito con taluni imprenditori e amministratori locali del luogo, occorre innanzitutto vi sia una presa di coscienza di quanto avvenuto e acclarato in sede giudiziaria.
Ci sono volute le parole autorevoli dell’avvocato Bonifacio Giudiceandrea per iniziare a scalfire quel muro di gomma che fin qui ha respinto al mittente ogni sollecitazione in proposito e la presenza delle Acli per contrastare l’omertà diffusa che consentiva il facile boicottaggio di ogni incontro pubblico che avesse questo obiettivo. Per la prima volta, infatti, la strategia volta ad indurre le persone del luogo a disertare questi appuntamenti si è incrinata, visto che la metà dei quasi 50 partecipanti al dibattito pubblico (tra i quali merita menzione la presenza del rag. Fabrizio Trentini, già commissario ad acta per l’adozione del piano cave ad Albiano 25 anni fa e del dott. Luigi Gaetti, già vice presidente della Commissione Parlamentare Antimafia) organizzato dal Coordinamento Lavoro Porfido, e condotto dall’ex bibliotecario di Civezzano Alessandro Fontanari, provenivano proprio da Albiano e Lona-Lases . Si tratta dei due comuni nei quali le indagini condotte dai Carabinieri del ROS, a seguito delle quali erano stati effettuati una dozzina di arresti il 15 ottobre 2020, hanno portato alla luce l’esistenza di una ‘locale’ ‘ndranghetista nella quale operavano le cosche calabresi dei Serraino, Iamonte e Paviglianiti. Illustrando le sentenze, la maggior parte delle quali sono ormai irrevocabili, l’avv. Giudiceandrea non ha mancato di sottolineare la rilevanza del fatto che per la prima volta sia stata accertata la presenza e l’operatività della ‘'Ndrangheta in Trentino. E, pur evidenziando che tale presenza avrebbe potuto essere accertata anche in anni precedenti, ha dato atto agli inquirenti e alla Procura dell’importante lavoro svolto, non senza evidenziare le criticità emerse nella conduzione dell’iter giudiziario. Egli si è soffermato in particolare su due aspetti, l’estromissione dal processo di Giulio Carini (soggetto importante sia per i rapporti con la Calabria che per i suoi rapporti con personaggi della politica, dell’imprenditoria e delle istituzioni) sulla base di una perizia di parte, senza che la Procura o il Tribunale richiedessero l’esecuzione di una perizia indipendente e il grave ritardo con il quale, a distanza di quasi 12 anni dai fatti, i Carabinieri della Stazione di Albiano sono chiamati a rispondere dei reati commessi. Da un anno, infatti, si trascina l’udienza preliminare del secondo troncone processuale nel quale sono appunto imputati due carabinieri e il maresciallo allora comandante della Stazione e alcuni politici/amministratori locali, tra i quali l’ex sindaco di Lona-Lases Roberto Dalmonego.
Istituzioni silenti
Va osservato a questo punto che, purtroppo, nonostante la formale costituzione di parte civile nel primo e secondo troncone del processo ‘Perfido’ da parte del Comune di Lona-Lases e nonostante l’invito specificatamente rivolto al Sindaco e al Consiglio comunale, solo due consiglieri erano presenti all’incontro. L’unico segnale di attenzione istituzionale è venuto dalla presenza della consigliera provinciale di opposizione Paola Demagri (Casa Autonomia) e del sindaco di Albiano Maurizio Gilli. Anche se va detto che un anno fa il suo predecessore Martino Lona ha respinto la richiesta sottoscritta da 34 cittadini che, a norma di Statuto, invitava l’Amministrazione comunale a valutare l’opportunità di costituirsi parte civile nel secondo troncone processuale, in virtù del fatto che i reati contestati ai Carabinieri sono stati compiuti presso la Stazione di Albiano. Non solo, quell’Amministrazione comunale, nella quale l’attuale sindaco Gilli ricopriva l’incarico di assessore alle cave, nemmeno si degnò di discutere la questione in Consiglio comunale come lo Statuto prescriveva bensì assunse la decisione di non costituirsi in modo del tutto informale e fuori dalla sede istituzionale deputata, con ciò violando palesemente lo Statuto comunale, calpestando le regole democratiche e i diritti di partecipazione dei cittadini, ponendosi così su un piano di continuità con quell’agire mafioso oggetto delle summenzionate sentenze. Disinteresse istituzionale stigmatizzato sia dal presidente della Acli trentine dott. Walter Nicoletti e, in modo ancor più netto, da parte del direttore del mensile Questotrentino (che ha per primo pubblicato un’inchiesta giornalistica sul tema e seguito puntualmente tutte le vicende processuali) Ettore Paris. Egli, infatti, ha rimarcato il disinteresse manifestato su questi temi da parte di quasi tutti i consiglieri provinciali, stigmatizzando il fatto che una consigliera provinciale di Verdi e Sinistra sia riuscita a fare un comizio elettorale a Lona-Lases senza mai pronunciare la parola ‘Perfido’ o alludere in alcun modo a tale processo, eccezion fatta per Filippo Degasperi (Onda) e Alex Marini (M5s). Anche se va osservato che quest’ultimo, dopo essersi speso coerentemente sulla questione per anni è stato poi bocciato dagli elettori che, in questo modo, non hanno dato un segnale incoraggiante per quanto riguarda la consapevolezza del fenomeno da parte della comunità trentina. Completando poi il discorso sulle vicende processuali ha constatato, con una certa amarezza, come non si siano voluti coinvolgere coloro che si trovano ai ‘piani alti’. In proposito illuminante, secondo Paris, è la vicenda riguardante il generale dell’Esercito Dario Buffa che era stato sorpreso direttamente dal comandante del ROS col. Alexander Platzgummer, nel corso delle indagini, mentre si informava in Tribunale se vi fossero indagini sul conto di uno dei soggetti oggi condannato in via definitiva per ‘associazione mafiosa’. Pur essendosi spacciato in quell’occasione per agente dell’AISE ed essersi attivato precedentemente per far ottenere il porto d’arma al soggetto in questione, già pregiudicato, egli se l’è cavata patteggiando una pena irrisoria.
L’Autonomia trentina paravento dell’economia predatoria e degli affari mafiosi
Comunità e Autonomia, come ha evidenziato Nicoletti, che hanno bisogno di sostanziarsi in un rinnovato slancio ideale che riporti al centro dell’attenzione il ‘bene comune’. Da tempo ormai l’Autonomia vine infatti invocata come simulacro dietro il quale imperversano gli appetiti predatori delle lobby, nel nostro caso quella del porfido. Tanto che non solo per anni si sono nascosti sotto il tappeto dell’Autonomia (ridotta appunto a tappeto) i segnali della presenza mafiosa ma pure si sono consentite per decenni pratiche predatorie spregiudicate, spesso fondate sullo sfruttamento della manodopera extracomunitaria, e non solo nelle cave di porfido. Come ha ben evidenziato l’avv. Sara Donini, succeduta degnamente agli avvocati Giampiero Mattei (prematuramente scomparso a inizio 2022) e Bonifacio Giudiceandrea (ritiratosi dalla professione nel 2023) nella difesa degli unici 3 operai cinesi costituitisi parte civile nel processo ‘Perfido’, pur derubricato da ‘riduzione in schiavitù’ a ‘sfruttamento dei lavoratori’ il reato accertato nei confronti di alcuni degli imputati, rimane pur sempre un reato grave per una provincia che si fa vanto del proprio rispetto per le regole. Un reato reso possibile da una ‘disattenzione’ sindacale che risale nel tempo fino a quell’episodio, ricordato da Sartori, che nel 1988 vedeva i primi operai non italiani (si trattava allora di scalpellini portoghesi) lavorare 12 ore al giorno (alla luce dei camion e delle pale meccaniche all’inizio dell’inverno) sabato e domenica compresi e alloggiati in baracche fatiscenti all’interno dei cantieri, senza che nessuno avesse il coraggio di segnalare o denunciare una tale situazione. Lo scrivente si scontrò personalmente allora, in veste di delegato iscritto alla Cgil, proprio con i funzionari sindacali rispetto a queste situazioni (stavano giungendo nel settore anche i primi operai maghrebini), sentendomi rispondere che il fenomeno migratorio sarebbe stato del tutto passeggero!
Da questo alla sottoscrizione di accordi sindacali individuali di conciliazione, senza verifiche e garanzie, per mascherare il mancato rispetto dei contratti collettivi di lavoro in materia retributiva e contributiva al fine di porre al riparo le aziende da provvedimenti sanzionatori da parte dei Comuni, il passo è stato breve. Sindacati confederali che si sono costituiti parte civile nel processo, nonostante proprio alla loro acquiescenza fosse da ascrivere buona parte della responsabilità di quanto avvenuto. Non ci si può certo stupire se, fin d’allora, l’imprenditoria del porfido si sia sentita libera di approfittare delle condizioni di bisogno dei lavoratori extracomunitari e delle loro difficoltà (anche linguistiche) nell’avere cognizione dei propri diritti, oltre che del loro isolamento sociale in una valle dominata dalla xenofobia leghista, per inasprire lo sfruttamento lavorativo ed indebolire contrattualmente tutti i lavoratori. Dopo i portoghesi sono arrivati i magherebini, quindi i macedoni di etnia albanese, gli albanesi, i cinesi e ora è la volta dei senegalesi e con l’affievolirsi dell’azione sindacale si stanno progressivamente demolendo le conquiste ottenute al prezzo di dure lotte tra il 1972 e il 1984. Così come non ci si può stupire del fatto che nelle aziende gestite da soggetti riconducibili alle cosche le condizioni di questi lavoratori siano state ulteriormente aggravate, giungendo a conculcare ogni diritto fino a determinare condizioni di feroce sfruttamento. Per quanto riguarda poi l’imprenditoria locale, va osservato come alcuni nomi di spicco siano stati lambiti dalle indagini dei Carabinieri del ROS ma, come ha evidenziato Paris, sistematicamente tenuti lontano da ogni coinvolgimento giudiziario, fosse anche in qualità di testimoni. Questo di certo non aiuta quella ‘operazione verità’ senza la quale sarà impossibile far uscire queste comunità dal pantano nel quale sono state e si sono cacciate. Tuttavia non è solo sul piano giudiziario che tale processo può essere portato a compimento e per questo occorre intraprendere con decisione il percorso culturale, più volte indicato proprio dal Coordinamento Lavoro Porfido ed ora sostenuto convintamente anche dal presidente delle Acli trentine, in grado di innescare un rinnovamento etico che rimetta al centro la comunità. Un percorso che non può prescindere, come ha sottolineato Sartori, da una attenta opera di rivisitazione degli strumenti normativi che fin qui hanno permesso lo sviluppo dell’estrattivismo predatorio (e a loro volta sono stati da esso plasmati) che ha caratterizzato il settore del porfido, per giungere a ripensare il ruolo dell’ente pubblico nella gestione di tale settore economico. Solo se si riuscirà a sbarazzarsi della pesante eredità di questo ‘passato che non passa’ ci sarà consentito di “leggere il presente con gli occhi di domani”.
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