Sequestrati 45 fucili, tra cui una ventina di kalashnikov e sei bombe a mano. Il procuratore di Reggio Calabria: “Una santabarbara”
I militari della Guardia di Finanza hanno arrestato stamane tre persone a Gioia Tauro (Reggio Calabria) per detenzione e vendita di armi da guerra, armi comuni e armi clandestine. Su richiesta della Dda di Reggio Calabria, il gip Andrea Iacovelli ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare che ha colpito i tre, uno dei quali ritenuto vicino alla cosca Molé di Gioia Tauro. "Si tratta di un vero e proprio arsenale. Come armi da guerra sono stati sequestrati 25 fucili, di cui 17 kalashnikov e 4 pistole mitragliatrici. Come armi comuni da sparo, 8 fucili e 6 pistole. E come armi clandestine 9 fucili, 6 pistole, 70 munizioni, 7 bombe a mano e 600 grammi di tritolo”, ha detto il procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli, nel corso della conferenza stampa sul blitz della Guardia di finanza che ha portato all'arresto di tre persone, una delle quali ritenuta vicina alla cosca Molé di Gioia Tauro. "Riteniamo verosimile - ha aggiunto Borrelli - che queste armi possano essere state oggetto anche di passaggi tra varie cosche. A prescindere da questa considerazione, è evidente che il numero e la micidialità delle armi rinvenute era tale da costituire un arsenale a disposizione, evidentemente, di enti criminali che potessero essere alleati tra di loro". Per il procuratore reggino, l’arsenale conteneva “una quantità di armi tale da paragonare a una santabarbara: 45 fucili, tra cui una ventina di kalashnikov, sei bombe a mano, che i tre indagati, uno in carcere e due ai domiciliari, gestivano per la cosca Molè di Gioia Tauro e vendevano ad altre cosche. Si tratta di materiale al vaglio del Ris e probabilmente acquistato sul fronte balcanico, attualmente teatro di guerra". I Molè sono stati protagonisti di una violenta faida con i cugini Piromalli, nella quale sarebbero stati sconfitti. Una fase che adesso, per gli inquirenti, è rientrata. "E' necessario rendere più efficace la normativa che riguarda i controlli sulla messaggistica, sempre più sofisticata, cui gli indagati facevano ricorso per contattare i loro referenti e occultare i loro traffici illegali", sottolinea Borrelli. A parlare in conferenza stampa anche il colonnello Vincenzo Ciccarelli, comandante del Nucleo Pef, "dall'esame si evince che sono armi di provenienza balcanica e sono state utilizzate nelle guerre della ex Jugoslavia. Questo ci fa pensare a un sistema criminale integrato che vede le organizzazioni criminali locali interloquire e avere rapporti direttamente con organizzazioni criminali balcaniche o dell'est Europa". Gli elementi dell'indagine, secondo il sostituto procuratore Lucia Spirito, hanno consentito alla Dda di ritenere che "l'arsenale non fosse di proprietà dei tre arrestati, ma che quelle armi fossero detenute nell'interesse e per conto di quella cosca Molè”.
