Secondo l’accusa, la famiglia Assisi gestiva spedizioni da centinaia di chili verso i principali porti europei
Ha colpito uno dei gruppi legati alla ‘Ndrangheta che negli ultimi anni aveva gestito traffici enormi di cocaina tra il Sud America e l’Europa la sentenza di primo grado pronunciata dal giudice dell’udienza preliminare Giovanna Di Maria nel processo “Samba”, celebrato ieri a Torino con rito abbreviato. Secondo l’accusa, al centro della rete c’era la famiglia Assisi, collegata ai clan Agresta e Barbaro, da tempo attivi nel narcotraffico internazionale.
Le pene inflitte sono pesanti: fino a 18 anni di carcere per alcuni imputati. In aula erano presenti anche il procuratore di Torino Giovanni Bombardieri e il pubblico ministero Francesco Pelosi, che ha coordinato l’inchiesta.
L’indagine dei carabinieri del Ros e del Nucleo investigativo ha ricostruito una rete logistica internazionale capace di muovere quantità enormi di cocaina: circa 1,6 tonnellate tra carichi arrivati in Italia e spedizioni bloccate prima di lasciare il porto brasiliano di Paranaguá. La droga partiva soprattutto dal Brasile, in particolare dal porto di Santos, e veniva spedita verso diversi scali europei strategici per il traffico di stupefacenti: Anversa, Rotterdam, Malaga, Gioia Tauro e Genova.
Parliamo di spedizioni erano tutt’altro che marginali. Gli investigatori hanno documentato carichi da centinaia di chili alla volta: 400, 300, 225 o più chili per singola operazione. Secondo la procura, la gestione di questo traffico richiedeva un’organizzazione quasi militare e rapporti diretti con i grandi gruppi criminali sudamericani, tra cui il PCC (Primeiro Comando da Capital), una delle organizzazioni più potenti del Brasile.
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dall’indagine riguarda il ruolo delle donne della famiglia. Dopo l’arresto in Brasile di Nicola Assisi e del figlio Patrick nel 2019, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Torino, la gestione operativa dell’organizzazione sarebbe stata portata avanti da Rosalia Falletta e Siria Assisi, moglie e figlia del narcotrafficante.
Le due donne, ribattezzate dagli investigatori “Lady Narcos”, avrebbero mantenuto i contatti con i trafficanti, amministrato il denaro proveniente dalla vendita della droga e gestito gli investimenti necessari per acquistare nuovi carichi di cocaina. In pratica, mentre i capi storici erano detenuti, avrebbero garantito la continuità dell’organizzazione, mantenendo attivo il flusso di denaro e di stupefacenti.
Fonte: La Stampa
Foto © Roberto Pisana
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