Per i giudici "con l'omicidio Mazzotti Calabrò salì al vertice della 'Ndrangheta"
La Corte d'Assise di Como ha confermato la custodia cautelare in carcere per Giuseppe Calabrò, 76 anni, già condannato all’ergastolo il 4 febbraio insieme a Demetrio Latella, 71 anni, per l’omicidio di Cristina Mazzotti, la studentessa di 18 anni sequestrata e uccisa nel 1975. La decisione arriva dopo il fermo eseguito il 7 febbraio dalla Squadra Mobile della Polizia su richiesta dei pubblici ministeri della Dda di Milano Paolo Storari, Pasquale Addesso e Stefano Ammendola; l’ordinanza era stata inizialmente firmata dalla gip milanese Giulia Marozzi. Successivamente, essendo competente per il reato di omicidio volontario aggravato, la Corte d’Assise comasca – la stessa che ha pronunciato la sentenza di condanna – ha rinnovato la misura cautelare.
Secondo quanto ricostruito nel processo, la sera del 30 giugno 1975, a Eupilio, nel Comasco, i due imputati sequestrarono la giovane per conto della ‘Ndrangheta. Nelle 32 pagine dell’ordinanza, il collegio presieduto da Carlo Cecchetti ripercorre i passaggi dell’intera vicenda, soffermandosi sui rapporti di Calabrò con le famiglie dell’organizzazione mafiosa, sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e sugli elementi emersi anche nell’inchiesta milanese “doppia curva”, relativa agli ultras di San Siro, in cui compariva il suo nome.
Il gip aveva già descritto Calabrò come un "invisibile" della ‘Ndrangheta, ossia "apparentemente sembra una persona tranquilla, ma ha un valore criminale elevato", definendolo un "affiliato posto in posizione apicale e sovraordinata" rispetto agli altri membri. Una figura che, secondo i giudici, avrebbe consolidato il proprio peso criminale proprio con il delitto Mazzotti. La "spregiudicatezza nell'eliminare fisicamente la vittima, pur in presenza del pagamento del riscatto", infatti, avrebbe rafforzato "definitivamente la reputazione criminale" di Giuseppe Calabrò, "conferendogli quella caratura criminale che mantiene inalterata ancora oggi".
Per la Corte, quel sequestro e quell’omicidio rappresentarono "la prima manifestazione" della capacità "di intimidazione" e del ruolo assunto da Calabrò all’interno della ‘Ndrangheta. Ancora oggi, a 76 anni, l’uomo sarebbe "riconosciuto come referente dell'articolazione territoriale della 'Ndrangheta in Lombardia" e occuperebbe una "posizione di vertice", confermando – secondo quanto scrivono i giudici – la permanenza di un profilo apicale nell’organizzazione criminale.
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