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Domenico Belfiore, condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, ucciso nel 1983, non ha mai espresso pentimento né ammesso le proprie responsabilità per il delitto che lo ha segnato nella storia criminale italiana. Fino agli ultimi anni di vita, segnati da gravi problemi di salute che nel giugno 2015 gli hanno consentito il passaggio agli arresti domiciliari, ha mantenuto il silenzio sulla vicenda e sulla vittima, senza mai più menzionarla nei trent’anni trascorsi in carcere dopo la condanna definitiva.

Nato a Gioiosa Jonica, classe 1951, da famiglia di ‘Ndrangheta Belfiore è stato considerato per decenni un punto di riferimento della criminalità calabrese trapiantata al Nord anche se non è mai stato condannato per associazione mafiosa proprio per la pena a 30 anni ricevuta nel caso del delitto Caccia. Per i giudici fu lui a ordinare l’agguato del 26 giugno 1983, quando il procuratore venne assassinato sotto casa, in via Sommacampagna, da un commando legato alla ’Ndrangheta. Una sentenza definitiva che gli valse il “fine pena mai”. Anche se, come ribadì nel 2016, si è sempre dichiarato estraneo ai fatti. È proprio questo aspetto a suscitare le parole più dure da parte di Paola Caccia, figlia del magistrato ucciso, intervistata da La Stampa in merito alla decisione di celebrare le esequie in forma religiosa. “In primis - ha detto - mi addolora il fatto che questa persona che ha ucciso mio padre non si sia mai pentito, abbia continuato a dire bugie e non abbia contribuito a far luce dopo tanti anni su questo assassinio, continuando a negarci un pezzo di verità che pure reclamiamo e meritiamo. Detto ciò nell'indifferenza di sentimenti che provo per lui, mi lascia perplessa la scelta di officiare le esequie in chiesa per una persona che in vita ha seminato violenza e terrore, seguendo fino all'ultimo gli insegnamenti mafiosi”.

Il dibattito sul concedere funerali religiosi a figure di alto profilo criminale non è nuovo nel contesto cattolico, e i precedenti nelle cronache italiane sono numerosi. Rimane impressa la dura presa di posizione di papa Francesco, espressa il 21 giugno 2014 nella piana di Sibari davanti a 200 mila fedeli: “Quando non si adora il Signore si diventa adoratori del male, come lo sono coloro che vivono di malaffare, di violenza, la vostra terra, tanto bella, conosce le conseguenze di questo peccato. La ‘Ndrangheta è questo: adorazione del male - disse l'allora Pontefice - e disprezzo del bene comune. Questo male va combattuto, va allontanato, bisogna dirgli di no. Quelli che non sono in questa strada di bene, come i mafiosi, questi non sono in comunione con Dio, sono scomunicati”.

Con la morte di Belfiore si chiude un altro capitolo di una vicenda che, a oltre quarant’anni di distanza, resta senza piena verità.

Fonte: La Stampa

Foto © Imagoeconomica

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