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Nel 2015 ottenne il deferimento della pena all’ergastolo per motivi di salute. Con la sua morte se ne va anche una parte della verità sul delitto

E’ morto ieri, 20 febbraio, per infarto Domenico Belfiore, esponente della ’ndrangheta condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, ucciso nel 1983. Il decesso è avvenuto all’ospedale di Chivasso- Aveva 74 anni.
Da tempo era fuori dal carcere per gravi motivi di salute e l’ultima volta che è entrato in un’aula di giustizia risale al novembre 2016, davanti alla Corte d’assise di Milano. Nato a Gioiosa Jonica, classe 1951, da famiglia di ‘Ndrangheta Belfiore è stato considerato per decenni un punto di riferimento della criminalità calabrese trapiantata al Nord anche se non è mai stato condannato per associazione mafiosa proprio per la pena a 30 anni ricevuta nel caso del delitto Caccia. Per i giudici fu lui a ordinare l’agguato del 26 giugno 1983, quando il procuratore venne assassinato sotto casa, in via Sommacampagna, da un commando legato alla ’ndrangheta. Una sentenza definitiva che gli valse il “fine pena mai”. Anche se, come ribadì nel 2016, si è sempre dichiarato estraneo ai fatti. Attorno all’omicidio Caccia, tuttavia, nel tempo sono rimasti interrogativi e zone d’ombra. L’ipotesi che dietro il delitto vi fosse esclusivamente la ’ndrangheta è stata messa in dubbio da più parti, compresi i familiari del magistrato. Nel 2015 Belfiore aveva ottenuto il differimento della pena per motivi di salute. Ai domiciliari, ha vissuto gli ultimi undici anni lontano dai riflettori, senza mai offrire pubblicamente ulteriori versioni sui retroscena di quell’omicidio eccellente e sugli equilibri della ’ndrangheta piemontese di cui fu uno degli elementi cardine. Con la sua morte si chiude un altro capitolo di una vicenda che, a oltre quarant’anni di distanza, resta senza piena verità. 

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