Il professore esperto di criminalità organizzata avverte su La Verità: “Ecco la nuova alleanza che minaccia il continente

La conferma che l’Europa temeva da tempo è arrivata dal procuratore generale di Rio de Janeiro, Antonio José Campos Moreira: il Comando Vermelho (CV), la più longeva e violenta organizzazione criminale del Brasile, ha già iniziato a mettere radici nel continente europeo. In un’intervista all’agenzia Lusa, il magistrato ha rivelato che cellule legate al gruppo operano in Portogallo, impegnate nel traffico di cocaina e nelle attività di riciclaggio. Una presenza ancora “embrionale”, ma concreta, strutturata, riconosciuta ufficialmente per la prima volta da un’autorità brasiliana. Una notizia che trova riscontro nell’evoluzione del CV: nato nelle carceri di Rio alla fine degli anni Settanta dalla contaminazione tra criminali comuni e detenuti politici, è diventato un impero capace di controllare interi quartieri nelle favelas, imporre tasse, corrompere funzionari, gestire rotte internazionali e mantenere una struttura paramilitare autonoma. Dopo aver conquistato posizioni in Paraguay, Bolivia, Venezuela e in parte del Cono Sud, ora guarda all’Europa, territorio da decenni dominato dalla ‘Ndrangheta.

Secondo gli apparati investigativi, il Portogallo è il primo hub scelto per tre motivi: la lingua condivisa, la forza della diaspora brasiliana e il ruolo strategico dei porti atlantici. Gli scali di Lisbona, Setúbal e Leixões — indicati anche dal Wall Street Journal come una delle principali porte d’ingresso della cocaina nell’Ue — funzionano come piattaforme per carichi occultati in container commerciali provenienti dall’America Latina. La conferma, tuttavia, non arriva solo dagli indicatori logistici, ma da una serie di evidenze investigative che, come spiega a La Verità il saggista e docente universitario Antonio Nicaso, “derivano dal mercato della cocaina”.

Sul piano europeo, gli indicatori più concreti derivano dal mercato della cocaina. Ci sono almeno tre rotte che coinvolgono il Portogallo - afferma Nicaso -. Le prime due passano accanto ai due arcipelaghi portoghesi nell'Oceano Atlantico, dove molte imbarcazioni fanno scalo: le Azzorre e Madeira. La terza rotta corre lungo la costa dell'Africa occidentale e comprende Paesi con cui il Portogallo ha affinità storiche, come Capo Verde e Guinea-Bissau”. Segnali allarmanti provengono anche dalle modalità di trasporto: “Quest'anno, il Portogallo ha intercettato un narcosommergibile con 1,7 tonnellate di cocaina diretto verso le proprie coste. A questo si aggiungono indagini francesi che collegano casi di omicidi, rapine e traffici all'influenza del CV, individuando reti dormienti attive soprattutto tra Francia continentale e Guyana francese”.

Di fronte all’espansione del CV, si riapre inevitabilmente il dossier sulle relazioni con la ‘Ndrangheta. Le due realtà criminali hanno già avuto contatti indiretti, ma per Nicaso non si può parlare di una vera alleanza: “La ‘Ndrangheta ha avuto sempre rapporti con il PCC, anche se recentemente, alcuni collaboratori di giustizia hanno fatto riferimento a contatti operativi tra broker della mafia calabrese ed esponenti del CV. Non parlerei però di alleanze, ma di cooperazione funzionale basata sul mutuo interesse, ovvero un rapporto fluido, dinamico, pragmatico, destinato a modificarsi a seconda delle rotte, della pressione investigativa e degli equilibri interni alle due organizzazioni”. Una logica di mercato più che di appartenenza: adattarsi, diversificare, massimizzare i profitti.

D’altra parte, anche il narcotraffico sudamericano sta cambiando pelle. Le organizzazioni brasiliane adottano modelli finanziari sofisticati, utilizzano facciate legali e sistemi tecnologici avanzati. “Recentemente, alcune indagini come quella denominata Carbono Oculto hanno messo in evidenza la capacità del PCC di gestire fondi di investimento e di utilizzare strutture fintech come sportelli bancari”, spiega Nicaso. “L'utilizzo sempre più sistematico di società di facciata, infrastrutture logistiche portuali e paradisi fiscali sta trasformando profondamente le strategie del narcotraffico brasiliano, segnando una netta discontinuità rispetto alle modalità del passato”. È un salto di qualità che avvicina i gruppi brasiliani ai modelli operativi delle mafie europee, rendendo il panorama criminale ancora più complesso.

L’espansione in Europa, tuttavia, pone anche un’altra domanda: le comunità brasiliane nel continente rischiano di essere infiltrate o strumentalizzate? Nicaso avverte contro generalizzazioni pericolose: “Le ‘mele marce’ esistono ovunque, e il compito dei servizi di sicurezza è individuare comportamenti sospetti, non colpire identità collettive. La prevenzione passa proprio da questo equilibrio tra attenzione operativa e rifiuto delle generalizzazioni”. I segnali da osservare non riguardano dunque le comunità come entità, ma specifici comportamenti individuali: “Movimenti finanziari anomali legati a società appena create; traffici frequenti e inspiegabili verso aree sensibili del narcotraffico; la presenza di soggetti con precedenti rilevanti per reati di droga che improvvisamente ottengono residenze, visti o attività commerciali senza una chiara giustificazione economica; reti di connazionali che operano in settori a rischio - come logistica e porti - con dinamiche di forte chiusura e controllo interno”.

Infine, lo scenario futuro. L’Europa deve agire ora, prima che sia troppo tardi. “Lo scenario peggiore non sarebbe la nascita di una nuova "mafia transatlantica" nel senso tradizionale del termine - chiarisce Nicaso -, ma piuttosto il consolidamento di reti criminali ibride, capaci di unire la violenza e la flessibilità delle fazioni brasiliane con la capacità logistica e finanziaria delle mafie europee. È uno scenario indesiderabile ma non inevitabile, e oggi è ancora contenibile con interventi tempestivi. La finestra per farlo è aperta, ma non lo resterà per sempre”.

La crescita del Comando Vermelho oltre l’Atlantico non è più un’ipotesi investigativa: è una realtà. Una realtà ancora in fase iniziale, ma già dotata di mezzi, contatti, strategie e infrastrutture. Il rischio non è quello di una nuova super-mafia, ma di una rete interconnessa e multiforme che sfrutta punti deboli e interstizi globali. Una minaccia concreta proveniente da “O País do Futebol”. La sfida per l’Europa sarà riconoscerla, comprenderla e contenerla prima che diventi parte integrante del panorama criminale del continente. 

Foto © Imagoeconomica 

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