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Oltre sette anni per mafia alla figlia di “Ciccio” Grande Aracri: società di comodo e fatture false nel mirino della DDA 

La condanna in primo grado di Rosita Grande Aracri a sette anni e due mesi di carcere per il reato di associazione mafiosa, pronunciata il 14 ottobre scorso, ha dimostrato che in Emilia le grandi inchieste contro la ‘Ndrangheta - Aemilia, Grimilde, Perseverance, solo per citarne alcune - hanno prodotto condanne, arresti e un apparente smantellamento delle gerarchie mafiose radicate nel cuore produttivo del Nord. Ma ha dimostrato anche un’altra cosa. Ha dimostrato che, come spesso accade, le organizzazioni criminali più longeve e strutturate sanno adattarsi con sorprendente rapidità. Tra le forme di adattamento più evidenti in seno alla ‘Ndrangheta c’è quella femminile, un mondo silenzioso ma capace di raccogliere le redini degli affari di famiglia quando gli uomini vengono meno.  

In questo senso, anche il quadro che emerge dalla recente ricostruzione del Fatto Quotidiano parla chiaro: la figura più emblematica di questa nuova stagione è proprio lei, Rosita Grande Aracri, figlia di Francesco Grande Aracri, anche detto “Ciccio”, e nipote del boss Nicolino Grande Aracri. Rosita porta un cognome che in Emilia pesa come pochi. La famiglia Grande Aracri, originaria di Cutro, ha messo radici profonde a Brescello e in tutta la provincia di Reggio Emilia, intrecciando rapporti con imprenditori locali e reinventando il volto della ‘Ndrangheta. Meno lupare e minacce, più fatture false, prestanomi e società di comodo. Insomma, un’evoluzione da manuale per una mafia che ha capito come, nel Nord produttivo, l’intimidazione possa tranquillamente cedere il passo alla convenienza.  

Oltre a Rosita Grande Aracri, altri nomi femminili emergono all’interno di un mosaico criminale molto più ampio. A dimostrarlo è il caso di Giuseppina Sarcone, sorella di Carmine, uno dei quattro fratelli che reggevano le fila dell’omonimo gruppo. Per lei la condanna è arrivata in appello per intestazione fittizia di beni. Una condanna minore, forse, ma sufficiente a raccontare come, quando i fratelli finiscono in carcere, le sorelle si muovano per tenere in vita il business criminale di famiglia.  

Tornando a Rosita Grande Aracri, i magistrati della DDA di Bologna non si sono limitati a definirla una prestanome. Hanno ricostruito un percorso ventennale - dal 2004 al 2023 - in cui la donna ha gestito affari, mantenuto contatti diretti con uomini di vertice della ‘Ndrangheta e viaggiato costantemente tra l’Emilia e la Calabria per consolidare i legami familiari e mafiosi. Era - come ha sottolineato il pubblico ministero Beatrice Ronchi - un elemento di continuità, una manager dell’organizzazione sotto le sembianze rispettabili di un’imprenditrice. Infatti, secondo il pm, la figlia di “Ciccio” Grande Aracri avrebbe fornito “un contributo fondamentale all’espansione imprenditoriale della cosca”, riuscendo a inserirsi nel tessuto economico emiliano come un operatore apparentemente affidabile. 

Un altro esempio che dimostra la capacità della ‘Ndrangheta di infiltrarsi in più settori economici, diversificando gli investimenti, è quello del mercato dei farmaci. Anche qui, la presenza femminile si è rivelata cruciale, come ha evidenziato l’inchiesta Farmabusiness. In questo caso, il settore della distribuzione all’ingrosso di farmaci e parafarmaci è stato utilizzato come strumento per reinvestire capitali illeciti e mascherare società di facciata. In Emilia-Romagna, infatti, sono state individuate imprese farmaceutiche e parafarmaceutiche collegate al gruppo criminale calabrese. E anche in questo ambito, Rosita Grande Aracri ha avuto un ruolo ben più rilevante di quello di una semplice prestanome, assumendo un ruolo operativo nella gestione delle aziende, dei contatti e delle relazioni tra Emilia e Calabria. 

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