In conferenza stampa il procuratore della repubblica Borrelli e l'aggiunto Musolino
Pino Piromalli "Facciazza", capo dell'omonima cosca di ‘Ndrangheta, 80 anni, è uomo noto alle cronache giudiziarie degli ultimi sessant'anni. Figlio di Antonio Piromalli, fratello dei più noti 'don Mommo' e 'don Peppino', assurti a capi della ‘Ndrangheta di Gioia Tauro. Il carcere - ben 22 anni di reclusione - fino alla sua liberazione, nel 2021. Torna, nella sua Gioia Tauro e riprende i vecchi contatti - come affermano le odierne indagini - ma nonostante le sue cautele, i carabinieri e la Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, diretta oggi da Giuseppe Borrelli, stringono il cerchio attorno alle sue presunte attività criminali: dal controllo asfissiante delle attività portuali, con i traffici di cocaina, all'agricoltura.
L'intraprendenza criminale dello storico boss non era stata minimante usurata dalla lunga detenzione secondo quanto emerge dall'inchiesta. "Facciazza" aveva fin da subito compreso che doveva avviare un'opera di restauro della cosca da lui definita "sta tigre che è Gioia Tauro". Lo avrebbe fatto, secondo gli inquirenti, attuando un progetto di recupero delle vecchie regole di ‘Ndrangheta ed assumendo immediatamente quella posizione di comando che lo rendeva, per come lui stesso ha affermato in un'intercettazione, "il padrone di Gioia".
Sono risultate figure di primo piano anche quelle dei fratelli Gioacchino a cui è contestata la direzione strategico-operativa della cosca.
Assieme al boss sono stati arrestati altri 25 soggetti accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, estorsione, riciclaggio, autoriciclaggio, detenzione illegale di armi e munizioni, turbata libertà degli incanti, favoreggiamento personale, trasferimento fraudolento di valori, aggravati dal metodo mafioso, nonché di reati in materia di armi.
I beni acquisiti dalla cosca sarebbero stati intestati a prestanome per evitare sequestri. I profitti illeciti, spesso in contanti, venivano reinvestiti in attività imprenditoriali, soprattutto agricole, tramite riciclaggio. Il Ros ha sequestrato 6 immobili, 16 terreni, 3 imprese individuali e 2 agricole, per un valore di 3 milioni di euro, riconducibili alla cosca. Inoltre, sono stati sequestrati beni per oltre 4 milioni di euro a Piromalli e al suo collaboratore.

Il procuratore della repubblica di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli ha specificato che, in base alle indagini, ci sarebbero stati dei "dissapori" tra Giuseppe Piromalli e i fratelli Gioacchino: il boss avrebbe pensato che i due non erano in grado di "regolare all'interno del suo territorio i rapporti con le cosche vicine, in particolare mi riferisco ai Pesci e alle Molé, non avrebbero sostenuto adeguatamente la sua famiglia durante la detenzione e in particolare avrebbero poi usato e speso quella che è la sua caratura criminale per procurarsi e per instaurare delle attività illecite senza corrispondergli quelli che erano i profitti dovuti".
A seguire è stato il procuratore aggiunto Stefano Musolino che ha sottolineato la "mollezza del tessuto sociale di Gioia Tauro, sia del tessuto imprenditoriale, sia di quello cittadino". Io spero, ha specificato, che "il Comune di Gioia Tauro dopo aver letto gli atti processuali possa prendere maggiore coscienza di quelli che sono alcuni problemi che stanno dentro la società gioiese, al di là della rilevanza penale"; "come pubblico ministero e cittadino sono preoccupato e credo che di questo sarebbe bene che tutti prendano coscienza e consapevolezza".
Stessa preoccupazione è stata condivisa dal Generale di Brigata dell'Arma Vincenzo Molinese il quale ha ribadito di "fare attenzione alla scarcerazione di un grosso personaggio dotato di grande autorevolezza, come Pino Piromalli, il quale dopo 22 anni di detenzione al 41 bis rientra sulla scena in maniera prepotente e realizza ciò che oggi è realmente la concretezza della criminalità organizzata di tipo mafioso".
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