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L’arresto a Bogotá è arrivato pochi giorni dopo l’operazione “Pratì” della DDA di Reggio Calabria, con 21 persone fermate

La Polizia Nazionale colombiana, in coordinamento con l'Agenzia dell'Unione Europea per la Cooperazione di Polizia (Europol) e le autorità del Regno Unito e quelle italiane, ha arrestato Giuseppe Palermo, alias Peppe, a Bogotá. Si tratta di uno dei massimi esponenti della ‘Ndrangheta in America Latina. In particolare, Palermo, 47 anni, sarebbe stato il referente diretto per le attività legate al narcotraffico della mafia calabrese tra Sud America ed Europa. Non a caso, il rappresentante della mafia calabrese in Sud America è stato accusato di aver gestito l’acquisto di ingenti carichi di cocaina provenienti da Colombia, Perù ed Ecuador. Operazioni in cui lo stesso Palermo non si sarebbe limitato a curare solamente le trattative, ma avrebbe gestito anche tutta la logistica, soprattutto per quanto riguarda il trasporto, che avveniva sia via mare sia via terra in direzione del Vecchio Continente, senza trascurare gli aspetti relativi ai pagamenti, alla qualità della merce e all’occultamento all’interno dei container commerciali o nei consueti carichi di caffè. Insomma, una carriera criminale, quella di Palermo, di rilevanza assoluta, al punto da essere ricercato in ben 196 Paesi, come uno dei membri più attivi della ‘Ndrangheta fuori dall’Italia. 

L’arresto di Palermo è stato reso possibile grazie a un meticoloso lavoro di intelligence - ha spiegato la polizia colombiana - culminato con la sua localizzazione nel quartiere “La Colina” di Bogotá, nella parte settentrionale della città, proprio nei pressi di una stazione di polizia. Ad ogni modo, il ruolo di Palermo non si sarebbe limitato alla sola Colombia. Nel tempo - come ha precisato Carlos Fernando Triana, capo della polizia colombiana - Palermo è riuscito ad allacciare rapporti e relazioni dirette con diversi cartelli della droga dell’Ecuador e del Perù, ampliando ulteriormente la rete del narcotraffico in direzione dell’Europa e a beneficio delle casse della ‘Ndrangheta. Di fatti, una parte considerevole dei traffici di droga curati direttamente da Palermo confluiva nel porto di Gioia Tauro: un hub strategico per la ‘Ndrangheta nel traffico internazionale di droga, come dimostrano i numerosi sequestri che ogni anno vengono effettuati all’interno dell’area portuale. Solo pochi giorni fa, le Fiamme Gialle della Guardia di Finanza hanno sequestrato, all’interno del porto di Gioia Tauro, 16 sacche contenenti complessivamente 385 panetti di cocaina, per un peso totale di ben 417 chilogrammi. Il tutto per un valore stimato di circa 67 milioni di euro. E si tratta solo dell’ultimo episodio di una lunga sequenza di sequestri di questo genere, effettuati esclusivamente all’interno dello scalo calabrese. 


Operazione “Pratì”

L’arresto di Palermo è avvenuto pochi giorni dopo l’operazione “Pratì”, condotta dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), che ha portato all’arresto di 21 persone accusate di far parte di tre gruppi criminali operativi tra Platì, Siderno e altre aree limitrofe. Si tratta di gruppi con ruoli ben distinti: uno ha curato la logistica e i contatti con i broker e i vari intermediari; un altro si occupava della produzione e della vendita di marijuana, gestendo anche lo stoccaggio e il confezionamento; il terzo ha curato i rapporti diretti con i narcos colombiani, in particolare con quelli del “Clan del Golfo”, uno dei più potenti e pericolosi cartelli del narcotraffico presenti in Colombia, con ramificazioni in tutta l’America Latina. Una realtà criminale pericolosissima, che negli anni è riuscita a finanziarsi non solo con il traffico di droga, ma anche con le attività minerarie illegali, in particolare con l'estrazione clandestina di oro, sempre più diffusa in diverse regioni colombiane: Antioquia, Córdoba, Chocó e Bolívar. Attività che, tra le altre cose, sta provocando una devastazione ambientale drammatica, un crescente sfruttamento della manodopera e un controllo del territorio sempre più violento e capillare. 

A coordinare l’inchiesta italiana è stato il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, che nel corso della conferenza stampa ha evidenziato come quest’operazione confermi ancora una volta il ruolo sempre più dominante della ‘Ndrangheta nel traffico globale di cocaina. A dimostrarlo non sono più i rapporti sporadici con i cartelli sudamericani, ma relazioni strutturate e stabili, “con ‘ambasciatori’ calabresi fissi nel Sud e Centro America”.  

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