Quarantadue anni fa, il 26 giugno 1983, Torino perse uno dei suoi magistrati più integerrimi: Bruno Caccia, procuratore capo della Repubblica, assassinato dalla ‘Ndrangheta. La sua figura rimane un simbolo di dedizione al pubblico interesse e di lotta senza compromessi contro il crimine organizzato e il terrorismo. Negli anni di piombo, Caccia si distinse per il suo ruolo cruciale nei processi contro le Brigate Rosse, contribuendo, insieme a colleghi come Gian Carlo Caselli, a infliggere un duro colpo al terrorismo rosso. Uomo di destra, ma sempre super partes, difendeva il ruolo del magistrato come presidio costituzionale, senza guardare in faccia a nessuno. Eppure, la memoria collettiva sembra aver quasi dimenticato questo servitore dello Stato, sepolto sotto migliaia di pagine di atti processuali che non hanno mai chiarito del tutto le ragioni del suo omicidio.
La sera del 26 giugno 1983, Bruno Caccia uscì di casa, in via Sommacampagna a Torino, per la consueta passeggiata con il suo cane. Fu allora che un commando, a bordo di un’auto, lo affiancò e aprì il fuoco, colpendolo con numerosi proiettili. Quella passeggiata serale rappresentava l’unica “smagliatura” nella sicurezza del magistrato, che per il resto viveva sotto scorta e con grande riservatezza.
La sentenza della Cassazione ha stabilito che Domenico Belfiore, boss della ‘Ndrangheta a Torino, fu il mandante mentre Rocco Schirripa è stato riconosciuto come uno degli esecutori materiali. Tuttavia, le dinamiche del delitto restano avvolte da zone d’ombra.
Le parole di Fabio Repici
Secondo l’avvocato Fabio Repici, legale della famiglia Caccia, “Bruno Caccia, negli anni precedenti al suo assassinio, fu monitorato dai servizi di sicurezza (all’epoca Sid, poi Sisde). Che lo indicavano come magistrato con simpatie comuniste inteso, a mio modo di vedere, come uno che non guardava in faccia a nessuno. Il suo è stato un delitto commesso per fondare nuovi equilibri nella città di Torino”. Repici aveva sottolineato che l’omicidio non può essere considerato un atto isolato della ‘Ndrangheta, ma “esattamente come per la strage di via D’Amelio e quella della stazione di Bologna, quello di Caccia è un delitto che è servito a nuovi equilibri di potere in questa città".
Comunque nel 1992 si arrivò alla condanna all'ergastolo del mandante Domenico Belfiore e, molti anni dopo, dell'esecutore materiale Rocco Schirripa (sentenza definitiva nel 2020). Ugualmente non mancano le zone d'ombra attorno al delitto (come ad esempio la possibilità che a sparare vi sia stato anche un altro soggetto), nonché sulla presenza di altri mandanti esterni all'organizzazione criminale. "Che Domenico Belfiore e Rocco Schirripa fossero colpevoli non c’è dubbio (sentenze definitive ndr), ma insieme a chi hanno ucciso Caccia? - si è chiesto ancora Repici - Con quali mandanti e con quale causale?".
Quel che è certo è che la morte di Bruno Caccia è avvenuta in un momento storico delicato a Torino e anche all'interno del palazzo di Giustizia c'era un clima abbastanza pesante. Di questo aveva parlato il giornalista Ettore Boffano, all’epoca cronista di giudiziaria: "Con la premessa che la mia testimonianza non vuole attribuire ad alcun magistrato ruoli di mandanti o partecipi, ricordo che il 27 giugno (il giorno dopo il delitto) io e un collega de La Stampa ci recammo negli uffici della vecchia procura perché volevamo raccogliere le reazioni di choc del mondo giudiziario. In una stanza incontrammo un alto magistrato all’epoca in servizio che era stato messo all’angolo da Caccia. Ci disse: 'Hai visto? A furia di rompere i coglioni a tutti va a finire che qualcuno si incazza. Non l’ho mai detto, né scritto. Lo faccio 41 anni dopo. Ricordando nitida la sensazione che all’epoca, in quel palazzo ci fosse qualcosa di ammalorato e se si potrà ancora cercare la verità credo che anche su questo sarà opportuno riflettere e che tutto questo in qualche modo possa avere avuto un peso".
La riapertura delle indagini
Una svolta potrebbe arrivare dalla recente scoperta di una pistola P38 Special Smith & Wesson, modello 49 “bodyguard”, ritrovata il 24 settembre 2024 nell’abitazione di Francesco D’Onofrio, boss della 'ndrangheta legato al processo Minotauro, a Moncalieri. L’arma, perfettamente funzionante e accompagnata da 15 cartucce calibro 38, è risultata astrattamente compatibile con quella usata per l’omicidio di Caccia. La Procura di Torino ha trasmesso gli atti alla Procura di Milano, competente per i reati che coinvolgono magistrati torinesi. Gli accertamenti balistici sono in corso per confrontare i risultati con quelli delle analisi condotte 42 anni fa. Durante l'interrogatorio, D'Onofrio ha dichiarato di aver acquistato la pistola da un ragazzo, senza però rivelarne l'identità, aggiungendo di non averla mai usata.
Il presidio di Libera
L’anniversario dell’omicidio di Bruno Caccia è stato commemorato con un presidio organizzato da Libera Piemonte davanti alla lapide in via Sommacampagna, nel luogo esatto dell’agguato. All’iniziativa hanno partecipato il consigliere Luca Pidello, l’assessore Francesco Tresso, la consigliera Sara Diena, il prefetto Donato Cafagna, il magistrato emerito Gian Carlo Caselli e le figlie di Caccia, Paola e Cristina, insieme al nipote Lorenzo e alla presidente di Libera Piemonte, Maria José Fava. Nel pomeriggio, l’evento “Bruno Caccia, un solo intento: perseguire il pubblico interesse” presso l’Aula Casalbore del Palazzo di Giustizia ha riunito personalità come Lucia Musti, procuratore generale di Torino, e Rocco Sciarrone, professore di Sociologia, per riflettere sull’eredità di Caccia e sull’importanza di continuare a cercare la verità. Le figlie Paola e Cristina hanno ribadito la necessità di un “cammino aperto” per fare luce su un delitto che, a distanza di 42 anni, non ha ancora svelato tutti i suoi segreti.
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