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La lettera delle figlie: “Tu Stato non parlare più di giustizia. L’hai sepolta da tempo”

"Adesso - scrivono le sei figlie dell'avvocato Torquato Ciriaco, Teresa, Francesca, Laura, Eugenia, Maria Chiara e Giuli - diteci chi e' stato se non sono stati loro. Questi 'signori' sono riusciti a farla franca e ancora una volta dopo un'accusa per fatti di sangue rimangono impuniti. Non ci sono mai abbastanza prove. Un altro caso di giustizia negata. Nostro padre non è stato strappato alla vita da un uomo invisibile ma da menti criminali che sapevano quello che facevano. Nostro padre non è stato ammazzato da un pazzo qualunque ma dalla cosca Anello-Fruci che ha voluto levare di mezzo un avvocato integerrimo e pertanto scomodo. Basta. Basta con le prese in giro. Basta con le favole di giustizia. Basta. Tu Stato - concludono le figlie dell'avvocato Ciriaco - non parlare più di giustizia perché non sai cosa vuol dire visto che l'hai sepolta da tempo. Sempre indignate".
Queste parole durissime arrivano dopo la decisione della Corte di Appello di Catanzaro di assolvere i fratelli Vincenzino e Giuseppe Fruci e il collaboratore di giustizia Francesco Michienzi dall'accusa di omicidio dell'avvocato lametino Torquato Ciriaco. Si trattò di un delitto "eccellente" che scosse la comunità di Lamezia Terme. La sentenza di oggi fa seguito all'annullamento di una precedente sentenza di secondo grado da parte della Corte di Cassazione, che aveva rinviato il giudizio a un nuovo processo. La sentenza annullata condannava a trenta anni i fratelli Giuseppe e Vincenzino Fruci. La Procura generale aveva chiesto la conferma della condanna a 30 anni di carcere per i fratelli Fruci e 7 anni e 4 mesi per il collaboratore di giustizia Michienzi. Secondo l'originaria prospettazione accusatoria, l'omicidio Ciriaco sarebbe stato deciso dalla cosca Anello-Fruci, operativa a parere degli inquirenti a cavallo delle province di Catanzaro e Vibo Valentia.


L'omicidio, le indagini e il processo

Era il primo aprile del 2002 quando all'altezza del bivio "Due Mari" di Maida (Cz) un commando affiancò il fuoristrada a bordo del quale viaggiava l'avvocato lametino Torquato Ciriaco, crivellato a colpi di fucile caricato a pallettoni. Secondo le indagini condotte dalla Dda di Catanzaro, Torquato Ciriaco era stato condannato a morte dal cartello ‘ndranghetista costituito dal clan Anello di Filadelfia, in provincia di Vibo Valentia, e dal clan dei fratelli Fruci di Acconia di Curinga. In particolare, Tommaso Anello, fratello dello storico boss Rocco Anello di Filadelfia (tra i principali personaggi della ‘Ndrangheta del Vibonese ma con importanti agganci con il Lametino), avrebbe ordinato l'omicidio dell'avvocato Torquato Ciriaco il quale avrebbe curato per conto di un suo cliente (un grosso imprenditore edile di Lamezia Terme) l'acquisto di una cava nel territorio di competenza mafiosa del clan Anello che la cosca voleva invece finisse ad un imprenditore già soggiogato. A svelare per primo i retroscena dell'agguato era stato il pentito Francesco Michienzi di Acconia di Curinga, soggetto legato ai fratelli Fruci e facente parte del clan Anello-Fruci, in un interrogatorio reso il 17 gennaio del 2007 al pm della Dda Gerardo Dominijanni. Michienzi spiegò ogni singola fase del delitto, dalla pianificazione all'esecuzione dell'agguato contro il professionista. Le indagini trovarono poi nuovo impulso grazie agli approfondimenti investigativi della Squadra mobile di Catanzaro. Ottenuti i riscontri necessari, la Procura antimafia di Catanzaro, con il pm Elio Romano, concluse poi le indagini chiedendo e ottenendo il rinvio a giudizio del presunto mandante, Tommaso Anello, e dei fratelli Giuseppe e Vincenzino Fruci, che avrebbero fatto parte del commando. Nel corso del processo d'appello era stata sentita anche Angela Donato, madre dello scomparso Santino Panzarella di Acconia di Curinga (altro sodale del clan Fruci-Anello), che aveva accusato in aula gli imputati non solo del delitto del figlio, ma anche di quello dell'avvocato Ciriaco. Tommaso Anello è stato assolto sia in primo che secondo grado e l'assoluzione è definitiva da anni. I fratelli Giuseppe e Vincenzino Fruci erano stati invece condannati in appello a 30 anni a testa, mentre 7 anni e 4 mesi era stata la condanna per Michienzi. Quindi l'annullamento con rinvio ad opera della Cassazione ed oggi la sentenza assolutoria per i Fruci e Michienzi nel nuovo processo d'appello.

 

Il parere ignorato della comm. antimafia e le minacce alla vedova

A dare ulteriormente peso alle parole dei familiari sono le parole del senatore Massimo Brutti, dei Democratici di Sinistra (DS) pronunciate l'8 ottobre 2002 durante una seduta della Commissione Parlamentare Antimafia: "Lamezia Terme è governata da una cupola affaristico-mafiosa che decide sulla gestione pubblica" e "ad ordinare l'eliminazione fisica dell'avvocato lametino" è "stata appunto una cupola", disse, aggiungendo, davanti al Ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu, che "l'omicidio getta un fascio di luce su una serie di intrighi e di traffici che riguardano la criminalità organizzata, ma anche famiglie dell'establishment lametino nonché la sfera politica".
Il 5 novembre 2002 dopo il Consiglio dei ministri, sulla base della relazione presentata alla Commissione dal Prefetto di Catanzaro Corrado Catenacci e su richiesta dello stesso, decise lo scioglimento del Consiglio comunale di Lamezia Terme per infiltrazioni mafiose. Si trattava della seconda volta, in poco più di dieci anni.
L'omicidio dell'avvocato Ciriaco sembrò essere una delle cause che determinarono lo scioglimento. Nella sentenza che respinse il ricorso dell'ex-Sindaco il TAR fece infatti riferimento a "un noto professionista rimasto tragicamente vittima di un agguato di chiaro stampo mafioso"; il tribunale amministrativo richiamava anche l'attenzione sull'"impressionante catena omicidiaria, profilando una possibile interferenza, almeno in taluno di quegli episodi di matrice mafiosa, con le attività economiche connesse all'azione amministrativa dell'ente. In tale quadro sembra potersi leggere l'episodio delittuoso ricordato".
Nonostante vi fossero stati solleciti anche da parte di parlamentari membri della Commissione Antimafia, le indagini sull'omicidio di Torquato Ciriaco si impantanarono, tanto da costringere nel 2009 la vedova Giulia Serrao a scrivere una lettera aperta all'allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L'anno successivo, quando l'avvocata decise di candidarsi per il Consiglio Regionale con la lista "Autonomia e diritti", a sostegno del candidato del centrosinistra Loiero, fu vittima di un'intimidazione: una busta con dieci proiettili venne lasciata davanti casa sua, dopo aver rotto il vetro di una finestra.

Foto © Imagoeconomica

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