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Il clan dei Gaglianesi, egemone su Catanzaro, è stato disarticolato dai Carabinieri nell’operazione 'Clean Money' coordinata dalla Dda del capoluogo calabrese: 22 misure cautelari in tutto, come descritto dal neo procuratore Salvatore Curcio alla sua prima conferenza stampa. Con lui il procuratore Vincenzo Capomolla (futuro procuratore a Cosenza), l'aggiunto Giancarlo Novelli e i vertici dei carabinieri provinciali di Catanzaro con il comandante Giuseppe Mazzullo e il comandante del reparto operativo Giovanni Burgio.
All'incontro con i giornalisti è stato tratteggiato il modus operandi di una cosca di ‘Ndrangheta specializzata soprattutto in reati predatori e nelle truffe, la 'specialita' della casa' dei Gaglianesi, tanto da essere definiti pagghiunari dal procuratore Curcio, che già nel 1993 si era imbattuto in questo clan che nonostante gli anni passati e le decapitazioni e' sempre rimasto attivo. Potendo contare su un humus favorevole e su uno spessore e un prestigio criminale che induceva molti imprenditori a rivolgersi direttamente alla cosca per risolvere qualsiasi tipo di controversia o di problema, spiegano gli inquirenti. Diverse le operazioni contro il clan dei Gaglianesi portate a termine negli ultimi tre decenni dalle forze dell'ordine non sono bastate a silenziare definitivamente questo clan, sempre capace di riassestarsi e ripartire "a conferma del fatto che per contrastare la ‘Ndrangheta non basta l'azione repressiva degli apparati dello Stato ma serve un impegno collettivo di tutte le componenti della società civile", ha detto Curcio. Una storia criminale che affonda le radici negli anni a cavallo tra gli '80 e i '90, una storia criminale caratterizzata da un capillare controllo del territorio grazie alla compiacenza di numerosi imprenditori e all'omertà del contesto civile, dalla capacita' di rigenerarsi.
A fianco a questa consorteria criminale vi sono state le cosche di Isola Capo Rizzuto e di Cutro: con loro si è evoluta, la cosca Gaglianesi, arrivando ad occupare il ruolo di centro aggregante con le altre organizzazioni attive nel capoluogo calabrese, soprattutto la criminalità di etnia rom, che con i Gaglianesi "hanno avuto continui e assidui rapporti, del resto uno dei capi del sodalizio rom ha avuto un ruolo attivo nella scalata post 2014", hanno detto gli inquirenti. "Queste collusioni sul territorio - ha sottolineato il procuratore Capomolla - sono elementi che allarmano perchè organizzazioni mafiose anche se colpite possono sempre rigenerarsi". Alla base dell'operazione dei carabinieri intercettazioni ma anche le testimonianze di alcuni pentiti, nei cui racconti tra l'altro veniva evocata la forza di intimidazione dei Gaglianesi dovuta anche ai capi storici della cosca. Tra gli indagati figura anche un poliziotto che aveva contatti don alcuni esponenti del clan e il cui ruolo, indicano gli inquirenti, “è oggetto di ulteriori approfondimenti". Gli interessi dei Gaglianesi spaziavano ad ampio spettro ma il suo core business erano sicuramente le truffe, che avvenivano con un sistema molto sofisticato. Accertato ad esempio che il clan aveva creato nel Nord Italia una società attiva in diverse branche merceologiche con tutti i crismi legali che però era gestita da nomi fittizi, e quando i creditori si presentavano per farsi pagare non riuscivano a trovare nessuno, un meccanismo che veniva quindi perpetuato quasi all'infinito, con conseguenti notevoli introiti per la cosca, tanto da guadagnare oltre 400mila complessivamente con questo giro di truffe. Ma sul territorio la presenza della cosca si manifestava in tanti modi, con i modi spicci e violenti delle nuove leve e con il supporto logistico in fatti eclatanti come una rapina da 8 milioni di euro alla Sicurtransport e altre rapine a banche di Catanzaro.


Affiliati compilavano lista imprese da estorcere

A dimostrazione di quanto il clan dei Gaglianesi esercitasse la propria pervasività criminale sul territorio di Catanzaro gli inquirenti annotano i risultato di alcuni servizi di osservazione sugli affiliati dai quali emerge una sorta di attività ragionieristica finalizzata alle successive richieste estorsive. "Il gruppo - scrive il gip Gilda Danila Romano nell'ordinanza cautelare  - mirava ad imporre alle varie imprese edili operanti sul territorio di avvalersi della ditta del sodale Scozzafava Domenico, la Electro Sat World operante nel settore della impiantistica elettrica. E cosi' nel periodo di riferimento si assiste ai giri di ricognizione, debitamente captati, di Pancrazio Opipari e Domenico Scozzafava stesso che, armati di carta e penna, giravano per le strade della citta' per prendere nota dei cantieri attivi, cui poi rivolgersi per 'suggerire' i suoi servigi". E ancora il giudice annota che "arrivando nel comune di Simeri Crichi, dinanzi ai cantieri di ammodernamento della Strada Statale 106, spalmati su vari lotti, i due, e Opipari in particolare, specificano che l'intera ditta era stata totalmente loro assoggettata, come deciso in una riunione cui avevano partecipato 'tutti quanti', quelli di Catanzaro, quelli di Roccelletta, quelli di Soverato, quelli di San Leonardo di Cutro, anche quelli di Vibo, cosi' che su questo cantiere avevano 'mangiato tutti'". In quel frangente Opipari rivela al sodale: "Sarei una merda se ti dicessi che per queste gallerie non ho mangiato pure io, ho mangiato pure io, ho mangiato, come tutti, a me una sera mi sono arrivati mille e duecento euro e non sapevo nemmeno da dove arrivavano". In quel periodo - annotano gli inquirenti - furono incendiati otto mezzi dell'impresa adibiti al trasporto della sabbia.


Serie di truffe a imprese del nord

Ad alcuni degli affiliati al clan dei Gaglianesi viene contestata anche una lunga serie di truffe commesse tra il 2021 e 2022, commesse sotto la regia di Pietro Procopio, 70enne di Davoli (Cz) ma residente a Catanzaro. Il meccanismo truffaldino ruotava intorno alla costituzione di una società, la Alipadania srl, con sede in Borgo Ticino, provincia di Novara, attraverso la quale erano stati avviati reali e fattivi rapporti commerciali con varie ditte, finche', dopo aver trattenuto un ingente quantitativo di merce consegnata dai vari fornitori, venivano interrotti i pagamenti e si portava strumentalmente e fraudolentemente la società al fallimento. "Se la visione degli atti potrebbe far ipotizzare una mera ipotesi di crisi imprenditoriale rilevante sul piano civilistico contrattuale, con le dovute ricadute sul piano imprenditoriale - scrive il gip Gilda Romano - la valutazione dell'operato degli indagati dalla genesi della società e dalla delineazione poi della concreta attività imprenditoriale porta a scartare l'ipotesi di una crisi economica come fondamento di quanto accaduto e a riportare al giusto significato le sorti della Alipadania e dei rapporti avviati". E' risultato chiaro - spiega il giudice - che è stata concepita la costituzione di "una società vuota e fittizia, pensando a chi potesse rivestire la carica formale di una articolata realtà di impresa, per poi individuare il settore di azione, ovvero l'apertura di un supermercato che fungesse da soggetto giuridico ordinante i beni di più disparata varietà, che venivano poi trasportati in Calabria e rimmessi in vendita nelle loro aziende, destreggiandosi fra fatturazioni pilotate, pagamenti posticipati, poi mai effettuati, e poi sviando le richieste dei pagamenti ai primi ritardi". Le società risultate creditrici nella procedura concorsuale e vittime di truffa sono infatti le stesse - osserva il gip - che emergono dalle indagini e riscontrate nelle intercettazioni telefoniche ed ambientali.

Foto © Imagoeconomica

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