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L'operazione fa luce anche sulla strage di Ariola del 25 ottobre 2003

'Ndrangheta evoluta ma a trazione tradizionale: da un lato i metodi arcaici e violenti, dall'altro la capacità di proiettarsi oltre i confini della Calabria per espandersi in mezza Italia e in Europa. È questo il condensato delle caratteristiche della 'locale' di Ariola - struttura mafiosa al cui vertice vi sarebbe stato, secondo gli inquirenti, il boss Antonio Altamura - attiva nelle Preserre della provincia di Vibo Valentia, disarticolata oggi da un blitz dei carabinieri del ROS coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro. Gli indagati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, anche di diversi casi di estorsione, coltivazione di sostanze stupefacenti, concorrenza illecita, turbata libertà degli incanti, rapine, reati in materia di armi, aggravati dalle modalità e finalità mafiose. Contestualmente agli arresti, i circa 200 carabinieri che stanno partecipando all'operazione condotta, oltre che nel Vibonese, nelle province di Reggio Calabria, Pescara, Chieti e Torino, stanno eseguendo numerose perquisizioni nei confronti di ulteriori soggetti per i quali è stato ipotizzato il coinvolgimento nelle vicende illecite, alcuni dei quali in Abruzzo e Piemonte e altri in Svizzera.
In conferenza stampa il procuratore facente funzioni Vincenzo Capomolla e i vertici dell'Arma dei carabinieri tra cui il vicecomandante generale del Ros Gianluca Valerio e il comandante provinciale dell'Arma di Vibo Valentia Luca Toti hanno fatto il quadro dell'operazione: in particolare gli investigatori hanno puntato i riflettori sulla 'ndrina Maiolo, il cui baricentro di azione è stato individuato storicamente in una vasta area montana che comprende diversi comuni tra cui Gerocarne ed Acquaro: l'operazione dei carabinieri ha ricostruito l'assetto di comando ma anche quello "militare" di questa cosca, che si era imposta sul territorio a suon di attentati e di agguati, come quello che nell'ottobre del 2003 portò all'uccisione, con 14 colpi di calibro 12, di tre persone in quella che è passata agli annali come la "strage di Ariola", per la quale oggi i militari dell'Arma hanno arrestato mandanti ed esecutori.

La strage di Ariola

Si trattò dell'uccisione a colpi di fucile calibro 12 dei cugini Giovanni e Francesco Gallace, di 41 e 27 anni, titolari di un'impresa di movimento terra, e un loro dipendente, Stefano Barillaro, di 24. L'unico sopravvissuto fu Antonio Chiera. Non ebbe la stessa fortuna Barillaro: trasportato in ospedale a Catanzaro, morì a causa delle ferite riportate. La strage mise fine alla brutale catena di omicidi, ma solo fino al 2012. Tra le vittime, Francesco Gallace e Stefano Barillaro avevano precedenti penali, il primo per armi e traffico di stupefacenti, il secondo per rapina. Giovanni Gallace e Chiera erano invece incensurati.


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© Davide de Bari


Una vera e propria azione di guerra per marcare il territorio al fondo di una faida sanguinosissima. Il delitto, hanno ricostruito, maturò in un contesto criminale nel quale - secondo gli inquirenti - la cosca Maiolo era pienamente inserita, alla pari di tutte le principali consorterie di 'Ndrangheta del Vibonese. Francesco Gallace avrebbe ricoperto un ruolo di spicco - stando alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia - all'interno del "locale" di ‘Ndrangheta, partecipando anche ai riti di affiliazione. Sarebbe stato eliminato, secondo gli investigatori, per volontà del boss Bruno Emanuele, anche lui di Ariola, intenzionato a porsi quale nuovo "braccio armato" della struttura di ‘Ndrangheta al posto dei fratelli Giuseppe e Vincenzo Loielo, uccisi l'anno prima nel 2002 dallo stesso Emanuele. Quali killer della strage di Ariola vengono indicati i fratelli Angelo e Francesco Maiolo di Acquaro, alleati al gruppo degli Emanuele in quanto intenzionati a vendicare gli omicidi del padre e dello zio (Rocco e Antonio Maiolo), uccisi negli anni '90 dal gruppo dei Loielo alleati ai Gallace, questi ultimi negli scorsi anni attivi sul paese di Arena. Alla strage avrebbe preso parte - secondo i collaboratori di giustizia - anche Gaetano Emanuele nella veste di organizzatore, allo stato irreperibile, e quindi anche Francesco Capomolla e Francesco Maiolo (classe '83), gli ultimi due cugini di Angelo e Francesco Maiolo (classe '79). Causale della strage anche la volontà dei clan Emanuele e Maiolo di riappropriarsi del controllo mafioso del territorio delle Preserre vibonesi.

L'espansione e la colonizzazione

La 'Ndrangheta è una mafia con una spiccata vocazione colonialista: dall'entroterra la 'locale' ha espanso la sua sfera di influenza fino ad arrivare in Svizzera. Nel territorio elvetico, come spiegato in conferenza stampa, la cosca Maiolo si è progressivamente infiltrata attraverso la creazione di società che apparentemente pubblicizzavano il "brand" Calabria, con i prodotti calabresi d'eccellenza in campo agroalimentare ma che in realtà erano "lavatrici" per il riciclaggio dei proventi degli affari come il narcotraffico e le estorsioni. Un salto di qualità evidente soprattutto in Abruzzo, al punto che una parte consistente dell'indagine è partita da L'Aquila. In quel territorio, inoltre, l'infiltrazione è stata favorita anche da esponenti della 'ndrina che per anni erano stati detenuti negli istituti penitenziari del posto. Da qui il trampolino di lancio anche in altre regioni come il Piemonte e in Svizzera soprattutto: "Una straordinaria capacità di muoversi sfruttando le tante connessioni che erano in grado di mettere in campo", hanno spiegato gli inquirenti in conferenza stampa. Il "cuore" della cosca Maiolo comunque restava in Calabria, nell'entroterra montano delle Preserre vibonesi dove il sodalizio imponeva il proprio dominio con la violenza e la sopraffazione.

Foto di copertina © Imagoeconomica

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