Il 23 novembre ’93 Cosa nostra catturò il figlio del pentito Di Matteo per ricattarlo. Venne rinchiuso per 778 giorni, poi strangolato e sciolto nell’acido

Sono passati 30 anni dal sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, una delle pagine più drammatiche della storia siciliana e una delle più violente della storia di Cosa nostra. Figlio di Mario Santo Di Matteo, boss del mandamento di Altofonte che da poco era diventato collaboratore di giustizia, il piccolo dodicenne venne prelevato dal maneggio di Villabate dove andava a Cavallo. Cosa nostra voleva ricattare il padre per evitare che parlasse ai magistrati di Palermo in un periodo difficile per Cosa nostra che vedeva molti dei suoi affiliati tradire l’organizzazione e collaborare con lo Stato. In quell’anno diversi testimoniarono sulla strage di Capaci. Così il 23 novembre del 1993 i boss Fifetto Cannella, Gaspare Spatuzza, Luigi Giacalone Barbanera, Salvatore Grigoli, Cosimo Lo Nigro Bingo e Francesco Giuliano Olivetti si recarono al maneggio spacciandosi per poliziotti. “Siamo della protezione, dobbiamo portarti da tuo padre”, disse Grigoli al piccolo Giuseppe. E il bambino rispose: “Sì, sangu di me patri”. Riferirà Gaspare Spatuzza, nel 2008, quando iniziò anche lui a collaborare con la giustizia: “Agli occhi del ragazzo siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi. Lui era felice, diceva ‘Papà mio, amore mio’”. Il sequestro venne architettato il 14 novembre 1993, in una fabbrica di calce di Misilmeri, da Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Giovanni Brusca. Una volta rapito, Giuseppe venne consegnato ai suoi carcerieri. Brusca, la mente del rapimento, aveva già preparato la cella.


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Giuseppe Di Matteo rimase prigioniero 778 giorni. A nulla sono serviti gli sforzi degli investigatori, del padre, e persino dei collaboratori di giustizia Gioacchino La Barbera e Balduccio Di Maggio. Il piccolo veniva tenuto al buio, ogni tanto veniva incappucciato e legato, veniva infilato dentro al portabagagli di un’auto, per spostarlo in un’altra prigione nelle viscere della Sicilia. Quando Brusca venne condannato per l’omicidio di Ignazio Salvo, i boss decisero di mettere fine alla vita del piccolo Giuseppe. La ricostruzione fatta nel processo da uno degli assassini, Vincenzo Chiodo, è un racconto agghiacciante: "Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muovesse. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ (…) il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente.


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Sto morendo, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi. (…) io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello ce abbia potuto capire o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio da polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra. (…) io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire
".


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Oggi, a San Giuseppe Jato, il luogo della prigionia del dodicenne è diventato un luogo simbolo dell’antimafia. La prigione, ormai bene confiscato ai Brusca, è il “Giardino della memoria”. Grazie ai 150 mila euro donati dalla mamma e dal fratello del piccolo Di Matteo è stato possibile realizzare un’importante ristrutturazione.  A lungo fuori e dentro Cosa nostra si è narrata la favola di una mafia che non uccideva donne e bambini in virtù di un codice d’onore. Ma quel codice non è mai esistito. I mafiosi non hanno onore, non hanno senso di famiglia, non proteggono gli innocenti, li sfruttano e li uccidono. Il “Giardino della memoria” serve proprio a ricordare l’orrore di questa organizzazione che continua a serpeggiare nel territorio e nel Paese dopo ormai 150 anni.

Foto interne: la "Casa degli orrori" di Brusca dove fu ucciso il piccolo Di Matteo © Shobha/Contrasto

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