Il procuratore capo di Palermo ospite de “La via dei librai” assieme a Bellavia, Abbate e Palazzolo

La cattura di Matteo Messina Denarosegna indubbiamente un momento importante perché avevamo un ultimo latitante stragista ancora in giro” e aver posto fine alla sua latitanza trentennale “segna indubbiamente la fine di un periodo. Con lui finisce un periodo ma non finisce la mafia, ancora abbiamo segnali di fermento sul territorio”. A parlare è il procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia, intervenuto ieri a “La via dei librai” di Palermo - nell’area “Isola Robinson” – assieme ai giornalisti Enrico Bellavia (caporedattore de L’Espresso) e Lirio Abbate di Repubblica. Moderati da Salvo Palazzolo, i cronisti e il procuratore hanno conversato all’interno del panel intitolato: “Vecchia e nuova mafia: da Riina a Messina Denaro. E ora?”.
Sono richiesti impegno e dedizione costanti, perché non è possibile, ha detto Abbate, che a trent’anni dalle stragi mafiose nel “continente” (Roma, Firenze, Milano) e dall’omicidio di don Pino Puglisi, “i lenzuoli alle finestre che nel ’92 mettevamo, oggi rimangono nei cassetti”. “Se Messina Denaro è rimasto latitante per trent'anni, vuole dire che la società ha dimenticato in fretta”, ha aggiunto.
Ora l’attenzione va mantenuta alta, perché “la mafia non è estranea alla società”, ha commentato Bellavia. Se esiste da 160 anni, ha sottolineato il Procuratore, è grazie alla sua “struttura elastica” che gli consente di “adeguarsi ai cambiamenti”. Per la mafia “è un momento complesso perché ha subito trent'anni di assedio da parte dello Stato ma c'è sempre l'esigenza di Cosa nostra di non rinunciare ai suoi valori. Lo scopo dello Stato è quello di impedire la sua riorganizzazione ma nessuno si illude che bastano le Forze dell'Ordine”, ha aggiunto.
Infine, Maurizio de Lucia ha voluto porre l’attenzione su uno dei problemi delle strategie di contrasto alla mafia che riguarda i patrimoni. “Si diventa mafiosi per essere potenti e ricchi. Siamo consapevoli che alle mafie va tolto tutto ed è uno sforzo che la mia Procura porta avanti. Prima di venire a Palermo sono stato 5 anni a Messina dove la mafia veniva chiamata ‘dei pascoli’ – ha continuato -. Ebbene, quel tipo di criminalità si basava sulla capacità di intercettare i finanziamenti europei e lo facevano  coinvolgendo le strutture pubbliche che dovevano gestirli. I patanesi e i tortoriciani si sono accordati. Niente droga ma altri progetti economici”. “Attenzione alla mafia anche fuori da Palermo - ha concluso il procuratore -. I capi delle mafie hanno comandato finché non è stato approvato il regime speciale del 41 bis. Non è una pena aggiuntiva ma nasce per evitare che si comunichi all'esterno. Non chiederei il regime speciale per un killer che ha fatto 100 omicidi che non sa perché ha sparato, faccio un esempio a titolo esemplificativo, ma andrebbe chiesto per un ottantenne che ragiona e detta ordini”.

Foto © Deb Photo

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