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Fermato anche il figlio di Giuseppe Incontrera

Sono 18 i fermati nell'operazione "Vento", eseguita dai carabinieri contro il mandamento Porta Nuova di Palermo. Tra di loro vi sono i presunti capi di sei piazze di spaccio, localizzate nei centralissimi quartieri del Capo, della Vucciria, di Ballarò e della Zisa (via dei Cipressi, piazza Ingastone e via Regina Bianca). Gli inquirenti hanno accertato due episodi estorsivi e cinque tentativi di estorsione in danno di imprenditori e commercianti del centro cittadino; documentate due rapine a mano armata finalizzate a rimpinguare le casse del sodalizio.
Fermato anche Salvatore Incontrera, figlio di Giuseppe, il reggente del clan ucciso giovedì scorso a Palermo, e il consuocero del boss: Giuseppe Di Giovanni. La figlia di Incontrera aveva sposato, infatti, il figlio di Giuseppe Di Giovanni, fratello dei capimafia detenuti Gregorio e Tommaso. In carcere oggi è finito anche il boss Tommaso Lo Presti, che era stato scarcerato nel 2020. Tutti lo chiamano “il lungo” per distinguerlo da un parente soprannominato “il pacchione”. Era ritornato al potere subito dopo la scarcerazione avvenuta per fine pena nei primi mesi del 2020. Per un anno a sobbarcarsi il lavoro direttivo e organizzativo del mandamento sarebbero stati Giuseppe Di Giovanni e Giuseppe Incontrera. Quest'ultimo secondo gli investigatori, se non fosse stato ucciso, sarebbe stato fermato nell'operazione. A metà maggio scorso i poliziotti della squadra mobile hanno intercettato quella che probabilmente era la sua intenzione di fuggire all’arresto poiché, si ipotizza, il boss aveva intuito che gli stavano addosso. Ma era rimasto in città, ignaro del fatto che dopo alcuni giorni Salvatore Fernandez gli avrebbe sparato tre colpi di calibro 22. Anche Di Giovanni era inquieto, e alla moglie, il 19 maggio scorso, aveva spiegato che “stasera ci dobbiamo coricare là...ci vado solo io...tranquilla...pure a me dispiace ma che ci possiamo fare”. Anche lui probabilmente si stava preparando alla fuga. Una fuga non riuscita per il fratello dei capi mafia detenuti Tommaso e Gregorio. Un altro nome importante emerso dall'inchiesta è quello di Calogero Lo Presti, che per tutti a Porta Nuova è “lo zio Pietro”. Finito in carcere con l'operazione 'Pedro', una volta scontata la pena sarebbe tornato ad operare sul campo.

La famiglia di Porta Nuova controllava anche il voto
C'è un capitolo delle indagini che parla di reati elettorali. Le informazioni fornite dagli inquirenti al momento non sono molte. Al momento è trapelato che i boss avrebbero procurato preferenze elettorali per alcuni candidati. È facile ipotizzare che ci si riferisca alle comunali di poche settimane fa. Se fosse così gli inquirenti potrebbero indagare per inquinamento della tornata elettorale.
Il clan, emerge dalle indagini, aveva una squadra di picchiatori e impositori del pizzo. Uomini che avvicinavano imprenditori, operai e commercianti e imponevano il pizzo a tappeto. Provavano con tutti i lavori aperti nella zona, nessuno escluso. Se non riuscivano con l'imprenditore le richieste arrivavano direttamente agli operai. Circa 2 mila euro per un cantiere in via Orazio Antinori. "O levate mano subito o fate avere 2 mila euro a piazza in gestione". Anche in piazza Zisa per i lavori di ristrutturazione di un immobile gli uomini della cosca si sono presentati, anche qui la tariffa 2 mila euro e se non trovavano i soldi e non riuscivano a contattare il titolare dell'impresa arrivava l'ordine perentorio: "Allora saliti il materiale, chiudi tutto e te ne vai". Le richieste di pizzo sono state accertate anche ad alcuni ristoranti ad una tabaccheria o ad un'agenzia di scommesse in via Silvio Pellico dove sono stati razziati 14 mila euro. Ad un titolare di un negozio noto che aveva subito la perdita di familiari in una tragedia nel palermitano alcuni anni fa, gli uomini di Porta Nuova gli hanno rubato tre bici elettriche dal valore di 5 mila euro.

I particolari dell'inchiesta
L'inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto della Dda Paolo Guido, e dai sostituti Giuseppe Antoci, Luisa Bettiol e Gaspare Spedale, ha fatto luce anche sui gregari delle famiglie mafiose di Porta Nuova e Palermo Centro che fanno parte dello storico mandamento di Porta Nuova e ha ricostruito le attività di un'articolata associazione che trafficava hashish, marijuana, cocaina, eroina e crack gestita, in tutta la sua filiera (dalle fasi di approvvigionamento all'ingrosso, allo spaccio al minuto sul territorio) dai vertici del mandamento mafioso, per alimentarne le casse. In ognuna delle piazze principali di spaccio sarebbe stato individuato un capo: Giuseppe Giunta e Andrea Damiano al Capo e a Ballarò, Gioacchino Pispicia in via Cipressi, Leonardo Marino alla Vucciria, Antonino e Giorgio Stassi in via Regina Bianca. Mentre per quanto riguardava il pizzo il modus operandi è sempre stato lo stesso: mezze parole e minacce esplicite. Il tariffario era molto vario: si andava dai 150 euro a settimana imposti al titolare di una tabaccheria, ai 2000 chiesti all’imprenditore edile che stava ristrutturando un’abitazione, o ai mille euro pagati dal titolare di un ristorante. Poi ci sono le rapine per finanziare le casse della Cosca: dai 14.000 euro razziati in un’agenzia di scommesse, ai 5.000 del valore delle biciclette rubate in un negozio.
Ma i soldi si sono sempre fatti soprattutto con la droga. Infatti c’era un servizio per i clienti attivo h24 che sarebbe stato gestito da Roberto Verdone.
Ad occuparsi del settore degli stupefacenti vi sarebbero stati anche Nicolò Di Michele e Salvatore Incontrera (figlio dell’uomo assassinato alla Zisa). "Il provvedimento pre-cautelare è stato emesso in via d'urgenza in quanto erano emersi chiari intendimenti di alcuni degli indagati di darsi alla fuga e, soprattutto, perché recentemente, in quel territorio, sono stati commessi gravi fatti di sangue, l'ultimo dei quali, il 30 giugno scorso, contro Giuseppe Incontrera, ritenuto ai vertici della famiglia mafiosa di Porta Nuova". Così hanno detto gli investigatori del comando provinciale dei carabinieri di Palermo. Il timore degli inquirenti è che l'omicidio di Incontrera, per cui ieri è stato fermato Salvatore Fernandez, 49 anni e diversi precedenti per droga, che si è costituito ai carabinieri, avrebbe potuto innescare un vortice di violenza con altri fatti di sangue o rafforzare la volontà degli indagati di darsi alla latitanza perché responsabili diretti o indiretti di tali omicidi o, comunque, per sottrarsi da eventuali ritorsioni.

Foto © Imagoeconomica

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