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Online il nuovo podcast 'Mattanza' del Fatto Quotidiano

Sul biennio stragista si sa tanto, ma non tutto, e a trent'anni da quella stagione molti punti oscuri restano tali: mandanti esterni mai individuati, piste investigative mai battute, moventi molto più complessi del semplice delirio di potere o del desiderio di vendetta.
Mattanza, il nuovo podcast de 'il Fatto Quotidiano' ricostruisce i vari punti oscuri di quella stagione che fa da spartiacque tra la Prima e la Seconda Repubblica.
Una stagione per certi versi 'annunciata': nei primi giorni di marzo del 1992 Elio Ciolini, un uomo legato all’estrema destra e condannato per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna, da detenuto nel carcere di Firenze, inviò ai giudici di Bologna una lettera in cui parlò di una “nuova strategia della tensione in Italia” che sarà attuata nei cinque mesi successivi, fino a luglio. In quel periodo – sostenne – “accadranno eventi intesi a destabilizzare l’ordine pubblico” e cioè esplosioni che colpiranno persone “comuni” in luoghi pubblici, il sequestro e l’eventuale “omicidio” di un esponente politico della Dc, il sequestro e l’eventuale “omicidio” del futuro Presidente della Repubblica. Da lì a pochi giorni, il 12 marzo, venne ucciso l'europarlamentare democristiano Salvo Lima, vicinissimo a Giulio Andreotti.
Elio Ciolini, ha detto nel podcast l'ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, "era stato indagato nell'ambito delle indagini per la strage di Bologna. Nel momento in cui viene arrestato viene trovato in possesso di una agenda in cui ci sono i numeri dei servizi segreti di mezzo mondo, compresi quelli italiani e quelli americani".
Come fece ad anticipare l’omicidio Lima, la strage di Capaci, quella di via d’Amelio? Come fece a parlare di esplosioni che colpirono poi “persone comuni”, arrivando quindi a predire le stragi del ’93? E chi era la fonte dell’agenzia Repubblica (niente a che vedere con il quotidiano) che due giorni prima di Capaci ipotizzava un “bel botto esterno” in grado di influenzare la corsa al Quirinale?
Anche le istituzioni si agitarono e alcuni suoi rappresentanti parlarono apertamente di tentativo di destabilizzazione dello Stato. È il caso del ministro dell'Interno Vincenzo Scotti il quale disse, il 20 marzo 1992 (otto giorni dopo l'omicidio Lima), davanti alla Commissione Affari Costituzionali del Senato che "nascondere ai cittadini che siamo di fronte ad un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata è un errore gravissimo". Ma per l'allora presidente del Consiglio, Andreotti, l'allarme lanciato da Scotti fu solo "una patacca". La storia, purtroppo, sarà diversa.

Stragi di Capaci e via D'Amelio: le riposte che non conviene dare
Il 30 gennaio del '92 la corte di cassazione confermò le sentenze del maxi processo di Palermo contro la mafia istruito dai magistrati Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, gli ergastoli e le altre condanne per i boss di Cosa Nostra divennero definitivi. La macchina dell'impunità si inceppò e Cosa Nostra, dopo tanti anni, venne colpita dallo Stato.
"Riina aveva ottenuto assicurazioni: che le sentenze di condanna sarebbero state smontate, che quello di Buscetta sarebbe stato definito un teorema e la mancata conferma in cassazione della condanna del Maxi avrebbe distrutto la credibilità di Falcone e lo avrebbe delegittimato", ha detto Scapinato.
"Cosa Nostra guardava a quella data del 30 gennaio del 1992 come a una data spartiacque per la sua storia perché era un cambio delle regole durante la partita" ha ribadito invece il direttore del Fatto Marco Travaglio.
Nella primavera del 1992 Salvatore Riina studiò le mosse per vendicarsi. Gli 'inseparabili', Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, si riunirono tutti a Palermo, in casa di Salvatore Biondino, mafioso di peso di San Lorenzo. E lì u' zu Totò, Salvatore Riina li mandò a Roma per  pedinare e uccidere Giovanni Falcone, che da qualche mese lavorava al ministero della Giustizia come direttore degli Affari Penali. "È arrivato il momento", sentenziò Riina.
Poi cambiò tutto e il progetto venne annullato.
Perché Riina aveva deciso di uccidere Giovanni Falcone a Palermo, quando poteva essere ucciso in maniera molto più facile a Roma, dove camminava spesso anche senza scorta? Perché Riina ordina di tornare indietro? E perché viene scelta una modalità operativa molto più difficile, una strage?
Inoltre non sappiamo perché le agende elettroniche di Falcone furono manomesse. Come non sappiamo di cosa Paolo Borsellino era diventato "testimone" in merito alla morte del suo collega. Cosa sapeva? E perché non venne mai chiamato dall'autorità giudiziaria per essere sentito? Perché la strage di Via D'Amelio subì un'accelerazione anomala?
In pochi stanno ancora cercando le risposte. Risposte che per altri non è, forse, il caso di dare.

Per ascoltare il podcast: clicca qui!

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