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Il 9 gennaio 1991 il “Giornale di Sicilia” pubblicò la lettera dell’imprenditore Libero Grassi al “geometra Anzalone” che gli aveva chiesto di pagare 50 milioni delle vecchie lire per “mettersi a posto”. La risposta di Grassi al “caro estortore” non rappresentò solo un atto di sfida ma anche la rivendicazione di essere liberi e di poter vivere con dignità.
“Volevo avvertire il nostro ignoto estortore - scrisse Libero Grassi - di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere.Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al ‘Geometra Anzalone’ e diremo no a tutti quelli come lui”.
Libero Grassi con quel gesto si espose da solo alla vendetta mafiosa e il 29 agosto 1991, dopo aver salutato la moglie Pina, Salvino Madonia e Marco Favaloro (del clan dei Madonia) lo seguirono per poi ucciderlo alle spalle. Cosa Nostra credette di aver stroncato sul nascere quella ribellione ma altri presero il testimone di Libero Grassi e iniziarono a fondare delle associazioni di liberi cittadini. I commercianti di Capo d’Orlando, per esempio, guidati da Tano Grasso crearono un’associazione anti-racket e poi un gruppo di giovani a Palermo promosse il movimento “Addio pizzo”.
In questo giorno anche la ministra dell’Interno  Luciana Lamorgese ha voluto esprimersi: “Ricorrono oggi i trenta anni dalla pubblicazione su ‘Il Giornale di Sicilia’ della lettera aperta di Libero Grassi contro il suo estorsore: una voce coraggiosa che ruppe il muro di silenzio e di omertà degli operatori economici sottoposti alla violenza del potere mafioso e che rappresenta ancora una forte spinta a contrastare con determinazione gli interessi criminali e il tentativo di condizionare la vita economica e sociale di interi territori”. “Un atto di denuncia che - ha continuato - pochi mesi dopo, il 29 agosto, costò la vita all’imprenditore siciliano, il cui coraggio favorì l’apertura della stagione della ribellione delle vittime alle richieste di pizzo da parte di Cosa Nostra” – prosegue la titolare del Viminale, ribadendo la necessità di trasformare “l’eredità morale di Libero Grassi in un impegno costante per denunciare e per affidarsi alle Istituzioni. Dobbiamo sostenere i cittadini e le imprese - conclude il ministro - che compiono scelte di legalità di fronte ai ricatti mafiosi e mettere in campo tutti gli strumenti disponibili per evitare che le vittime dell’usura e delle estorsioni precipitino in una condizione di solitudine e di isolamento”.

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