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Pubblicata la seconda relazione semestrale 2020 della Direzione investigativa antimafia

A Palermo Cosa nostra "continua a esprimere una forte capacità di controllo del territorio e di infiltrazione dell'imprenditoria, della finanza e degli apparati politico-amministrativi. Nonostante le fibrillazioni degli ultimi anni si conferma come un'organizzazione verticistica e tendenzialmente unitaria, capace di riorganizzare i propri ranghi nonostante la continua azione di contrasto". E' quanto si legge nella relazione della Dia per il secondo semestre 2020 sulla provincia di Palermo. Un'organizzazione nella quale emergono "rapporti di mutua collaborazione e supporto tra diversi mandamenti della città di Palermo e della provincia", oltre a "cointeressenze e collaborazioni" con altre consorterie per quanto riguarda l'approvvigionamento degli stupefacenti, "nonché proiezioni sull'intero territorio nazionale a fini di riciclaggio". Otto i mandamenti (San Lorenzo-Tommaso Natale; Resuttana; Porta Nuova; Noce; Pagliarelli; Passo di Rigano-Boccadifalco; Villagrazia-Santa Maria di Gesù; Ciaculli), composti da 33 famiglie, in cui risultano strutturate le consorterie nella città di Palermo; sette invece i mandamenti nella provincia composti da 49 famiglie. Sempre sul versante palermitano di Cosa nostra gli analisti della Dia osservano che l’organizzazione detterebbe le sue regole e definirebbe le azioni operative tramite "relazioni e incontri di anziani uomini d'onore ai quali viene riconosciuta l'autorità derivante da una pregnante influenza sul territorio, pur in assenza di una formale investitura". Non più un vertice autorevole, quindi. "Per quanto a oggi noto - ha evidenziato il direttore centrale Anticrimine della Polizia di Stato Francesco Messina - i tentativi di ricostituire un organismo di vertice autorevole, attorno a un leader carismatico, unanimemente riconosciuto, in grado di gestire i rapporti tra le famiglie mafiose, di comporne le eventuali contrapposizioni e di predisporre nuovi schemi e strategie operative non hanno avuto grande successo. Tuttavia, le attuali risultanze investigative sostanzialmente continuano a dare conto dello sforzo continuo di riorganizzarsi per sopravvivere, mediante l'individuazione di nuove figure di riferimento che, pur soggette a un turnover talvolta serrato in ragione delle vicissitudini giudiziarie, riescono comunque a garantire al sodalizio una continuità di azione criminale che si risolve, ancor oggi, in un serio vulnus per l'ordine sociale". La direzione investigativa antimafia ha inoltre preso in analisi il rapporto fra Cosa nostra palermitana e le cosiddette mafie nigeriane. "Si tratta - si legge nella relazione - di strutture criminali che nel tempo risultano essersi insediate con forza crescente nel territorio cittadino palermitano organizzandosi per il controllo stabile di attività illegali quali lo sfruttamento della prostituzione di connazionali, nonché il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti. Al riguardo, non si esclude che da qualche tempo possa esistere un placet di Cosa nostra sull'operatività dei sodalizi nigeriani nel proprio territorio con un conseguente stato di non conflittualità. E' tuttavia ipotizzabile che gli equilibri possano mutare verso una maggiore autonomia di tale matrice ma in ambiti criminali e in spazi territoriali delimitati e circoscritti". Diverso il rapporto con le altre organizzazioni criminale di matrice etnica che, spiega la Dia, Cosa nostra "sfrutta per la cooperazione in ruoli marginali o delle quali tollera l'operatività in attività illegali ritenute secondarie e di non diretto interesse". 

Un focus su Cosa nostra
In merito a Cosa nostra a livello regionale e nazionale la Direzione investigativa antimafia osserva che l’organizzazione mafiosa, “poiché impossibilitata a ricostituire un organismo di vertice per la definizione delle questioni più delicate, risulta avere adottato un coordinamento basato sulla condivisione delle linee di indirizzo e della ripartizione delle sfere d’influenza tra esponenti di rilievo dei vari 'mandamenti', anche di province diverse”. Sul punto anche il Direttore Centrale Anticrimine, Francesco Messina, evidenzia che “… Cosa nostra siciliana, privata degli uomini d’onore di spicco, si è trovata costretta a rimodulare i propri schemi decisionali, aderendo a un processo più orizzontale e concertato... In altre parole, si è orientata verso la ricerca di una maggiore interazione tra le varie articolazioni provinciali...”.


cosa nostra prov palermo

Alcune articolazioni di Cosa nostra appaiono inoltre orientate a intensificare i rapporti con le proprie storiche propaggini all’estero. “Recenti e ripetute sono infatti le evidenze di una significativa rivitalizzazione dei contatti con le famiglie d’oltreoceano”, si legge nel documento.
Gli interessi intorno ai quali si concentra l’azione mafiosa “risultano sempre gli stessi”. Nel dettaglio, si tratta “delle estorsioni, dell’usura, del narcotraffico, della gestione dello spaccio di stupefacenti, dell’infiltrazione nel gioco d’azzardo illecito e del controllo di quello illegale”. 
A questi si aggiungono “l’inquinamento dell’economia dei territori di riferimento soprattutto nei campi imprenditoriali dell’edilizia, del movimento terra e dell’approvvigionamento degli inerti, dello smaltimento dei rifiuti, della gestione dei servizi cimiteriali e dei trasporti”. Non mancano poi, viene fatto presente, “gli inserimenti nei settori caratterizzati dall’erogazione di contributi pubblici come nel caso della produzione di energia da fonti rinnovabili, dell’agricoltura e dell’allevamento. Spesso ciò si realizza attraverso l’infiltrazione o il condizionamento degli Enti locali anche avvalendosi della complicità di politici e funzionari corrotti”. Inoltre, particolare attenzione merita il racket delle estorsioni che permane alla base del modus operandi di ogni organizzazione mafiosa siciliana comunque denominata. “Costituisce la forma più semplice di incasso criminale, del resto praticabile anche dalle consorterie colpite da attività investigative e che pertanto devono riorganizzarsi e nel contempo provvedere ai detenuti e ai loro familiari. L’attività estorsiva garantisce inoltre un efficace controllo del territorio ed è una potenziale fonte di consenso sociale essendo realizzata anche attraverso l’imposizione di merci, fornitori, manodopera e sub appalti che danno lavoro a molti soggetti legati alla organizzazione mafiosa. Il racket genera quindi un indotto economico e occupazionale che può essere distribuito secondo logiche del “welfare” mafioso”. La Dia poi reputa opportuno “sottolineare come appaia crescente l’interesse criminale per il campo dei giochi che ben si presta quale strumento sia di riciclaggio, sia di moltiplicatore dei profitti illeciti a fronte di rischi relativamente limitati". 
"Articolato" è anche il rapporto della criminalità mafiosa "con la delinquenza comune che viene spesso impiegata come manovalanza garantendo in questo modo alle famiglie la fidelizzazione dei piccoli sodalizi anche stranieri. Nel dettaglio, la mafia siciliana manterrebbe quindi l’egida sulle attività nelle zone di competenza tollerando la presenza della criminalità straniera in settori di non diretto interesse e talora utilizzandola per ruoli di cooperazione marginale". Tuttavia, osservano gli analisti, "una distinzione va operata per le consorterie nigeriane che evidenziano una presenza rilevante anche in Sicilia. Già consolidate a Palermo e a Catania, anche a Caltanissetta tali compagini stanno progressivamente acquisendo spazi operativi nei consueti settori degli stupefacenti e della tratta di esseri umani connessa con lo sfruttamento della prostituzione". Si evidenzia poi la presenza di "una corruzione diffusa, anche oltre gli interessi delle consorterie mafiose. E’ infatti frequente il coinvolgimento di incaricati di pubblici servizi, imprenditori e tecnici, allettati dai facili guadagni e talvolta riuniti in forma associativa".
"In tale quadro si sono innestati gli effetti della crisi pandemica, atteso che l’attuale contesto di stagnazione economica favorirebbe il rischio che le organizzazioni mafiose si propongano quali erogatrici di mezzi di sostentamento per imprese e famiglie in alternativa ai circuiti creditizi legali. Si intravede pertanto il pericolo di ulteriore infiltrazione dei sodalizi nei circuiti produttivi sani, anche per intercettare i sussidi e i fondi erogati per il sostegno delle attività economiche”, conclude la Dia.

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