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Il baricentro dell'influenza mafiosa non è più a Brancaccio

Questa notte è stato eseguito un doppio blitz portato a termine da carabinieri e polizia nel mandamento che comprende le famiglie di Roccella, Ciaculli e Brancaccio. I fermati sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere, traffico di droga ed estorsione.
Inoltre i carabinieri del reparto operativo guidati dal colonnello Mauro Carrozzo hanno fermato questa notte il nuovo capo del mandamento di Ciaculli, Giuseppe Greco, 63 anni, nipote di Michele Greco, detto il "papa", capo della commissione provinciale di Cosa Nostra prima di Totò Riina e dei Corleonesi. Con lui sono finiti in carcere il suo braccio destro e consigliere Ignazio Ingrassia, 71 anni, e Giuseppe Giuliano, 58 anni, considerato un affiliato della famiglia di corso dei Mille. Inoltre il doppio blitz di questa notte ha portato al fermo di 16 indagati su richiesta dei magistrati della Dda di Palermo - coordinati dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca - e gli investigatori della squadra mobile guidata da Rodolfo Ruperti hanno eseguito 13 fermi nei confronti degli stati maggiori delle famiglie di Brancaccio e Roccella. Le attività investigative della squadra mobile hanno restituito il quadro di una porzione di territorio fortemente condizionata dalla presenza di Cosa Nostra, dove gli stessi imprenditori o commercianti, prima di avviare le loro attività, avvertivano la necessità di "essere autorizzati" dal referente mafioso della zona.
Le stesse attività di indagine che hanno portato alla decapitazione del mandamento di Ciaculli nascono dalle risultanze investigative successive al maxi blitz Cupola 2.0 del dicembre 2018 in cui i carabinieri hanno sventato il tentativo di ricostituire la commissione provinciale di cosa nostra. In quell'indagine era emerso il ruolo sempre più importante di Leandro Greco (fermato nel gennaio del 2019 in una seconda tranche di arresti di Cupola 2.0) l'allora 28enne referente della commissione provinciale e capo mandamento di Ciaculli e i suoi rapporti con il cugino Giuseppe Greco detto il "senatore" arrestato questa notte e considerato il successore alla guida del potente mandamento della zona Sud di Palermo.





Ciò che è emerso dalle investigazioni è un movimento molto importante nello scacchiere mafioso palermitano, ovvero lo spostamento del baricentro di influenza del mandamento di Brancaccio verso la famiglia mafiosa di Ciaculli, governata dai Greco, che, dopo gli eventi della seconda guerra di Mafia, forte della sua eredità storica assicurata dalla parentela con il "papa" e della ritrovata autorevolezza dei vertici del mandamento, punta a riacquisire l'egemonia sul territorio palermitano, come evidenziato del tentativo di ricostituzione della commissione provinciale di Cosa Nostra. Un ritorno all'antico che inizia proprio dal nome del mandamento tornato ad essere di Ciaculli che al suo interno ha le famiglie di Brancaccio, corso Dei Mille e Roccella.
Il quadro criminale emergente dalle attività degli inquirenti è caratterizzato dalla presenza egemonica dei clan anche nel settore economico. Infatti nessuno sfuggiva agli esattori di Cosa nostra: a pagare erano supermercati, autodemolitori, macellerie, bar, discoteche, farmacie, panifici, imprese di costruzione, rivendite di auto. Oltretutto emergerebbe che sono quasi 50 le estorsioni ricostruite dagli inquirenti. In alcuni casi, i commercianti si sono preoccupati di non figurare nel "libro mastro" delle estorsioni o di offrire all'estortore un escamotage per eludere eventuali controlli di polizia. Perfino durante l'emergenza Covid, i pochi negozianti rimasti aperti, peraltro con volumi da affari assolutamente esigui, sono stati costretti a versare i soldi alla Mafia. Secondo gli investigatori, al vertice della famiglia mafiosa di Roccella, finita sotto inchiesta insieme a quella di Brancaccio, sarebbero Giovanni Di Lisciandro e Stefano Nolano: avrebbero gestito la rete relazionale mafiosa, fissando gli incontri con gli altri associati con la massima riservatezza e avrebbero gestito i proventi delle estorsioni e del traffico di stupefacenti con particolare attenzione al mantenimento dei familiari dei detenuti.

Il Boss Maurizio Di Fede: "Noi non ci immischiamo con Falcone e Borsellino, sono vergogna"
Scene di ordinaria sub-cultura mafiosa sono state registrate dalla polizia che oggi, insieme ai carabinieri, ha fermato 16 persone, tra le quali lo stesso boss Maurizio Di Fede, per associazione mafiosa ed estorsione.
Che la figlioletta dell'amica si stava preprando per andare al corteo organizzato per ricordare i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino proprio non gli andava giù. "Noi non ci immischiamo con Falcone e Borsellino. Non ti permettere. Io mai gliel'ho mandato mio figlio a queste cose… vergogna", ha detto il boss Maurizio Di Fede, non sapendo di essere intercettato, alla madre di una bambina che si stava apprestando a partecipare alle manifestazioni organizzate a Palermo per l'anniversario della strage di Capaci. "Da un mese si prepara. Ma in fondo, è solo una cosa scolastica", aveva replicato la donna, sperando di convincere il capomafia ad accontentare la figlia che ci teneva ad andare con i compagni al giardino della Magione, alla Kalsa, il quartiere arabo in cui i due giudici sono stati ragazzi. "Alla Magione, là sono nati e cresciuti, i cornuti là sono nati", insisteva Di Fede alludendo ai due magistrati.

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