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"Dopo tanti anni riprendiamo a parlare di Mafia a Caltanissetta. Forse a qualcuno sembrava fosse un porto franco, invece non è così. Ci sono personaggi che hanno ripristinato quello che era un vero e proprio ordine mafioso, con un principio di mutua assistenza tra i sodali in libertà e quelli ancora in carcere".
Sono state queste le parole del procuratore facente funzioni di Caltanissetta Gabriele Paci durante la conferenza stampa sull'operazione antimafia 'La bella vita' eseguita dagli agenti della Squadra Mobile di Caltanissetta e coordinati dalla Dda. Alle prime luci dell'alba le forze dell'Ordine hanno arrestato sette persone facenti parte della famiglia mafiosa del capoluogo nisseno, tra loro anche quello che è stato indicato come il nuovo presunto reggente di Cosa nostra a Caltanissetta, il 43enne Carmelo Bontempo, e hanno sequestrato anche 36mila euro in contanti e un chilo di cocaina. I sette devono rispondere a vario titolo del reato di associazione a delinquere di tipo mafioso dedita alla commissione di estorsioni e al traffico di sostanze stupefacenti.
L'ordinanza eseguita è stata firmata dal gip di Caltanissetta su richiesta del procuratore reggente Gabriele Paci il quale a margine della conferenza stampa ha detto che "c'era chi ricorreva a loro (ai sodali ndr) per avere una mediazione degli affari correnti. In questa operazione, che è di investigazione pura, non ci sono personaggi che collaborano e non ci sono denunce all'autorità giudiziaria. E' un dato su cui bisogna riflettere perché, nonostante la costituzione di comitati, le forze dell'ordine non possono contare su una collaborazione della società civile. Tutto questo associazionismo non ha portato a nulla di che". 
Il nuovo capo della famiglia mafiosa di Caltanissetta sarebbe riuscito a emergere probabilmente a seguito del vuoto di potere creatosi dopo i numerosi arresti degli ultimi anni cosi da riuscire a riorganizzare il sodalizio e ad assumere "un ruolo di primo piano nel panorama mafioso cittadino", hanno detto gli inquirenti.
Secondo gli investigatori il sodalizio criminale utilizzava i proventi delle estorsioni (a cui sono stati sottoposti diversi commercianti di Caltanissetta e provincia) e del traffico di stupefacenti per finanziare il mantenimento degli uomini d'onore e degli affiliati al clan finiti in carcere. 
"Ci sono sei o sette ipotesi di estorsione - ha detto il Pm della Dda di Caltanissetta Pasquale Pacifico - ma pensiamo che il fenomeno sia un po' più ampio di quello che è emerso. Spaziavano dall'imprenditore edile alla ristorazione. Gli importi richiesti agli imprenditori non erano eccessivi ma costanti, parliamo di centinaia di euro al mese. C'è stato anche un tentativo di entrare in una di queste attività alle loro condizioni. Stiamo vagliando le posizioni di alcuni di questi imprenditori".
E poi ancora gli operatori della Questura hanno detto che "l'intera attività investigativa si è basata su intercettazioni telefoniche e ambientali, senza che nessun apporto dichiarativo sia stato fornito dalle vittime delle estorsioni. Ciò a riprova dell'immutata forza di intimidazione del sodalizio mafioso in grado di imporre un clima di diffusa omertà".
"Una delle cose che ci ha colpito nel corso dell'operazione - ha detto l'ex capo della squadra mobile di Caltanissetta, Marzia Giustolisi - è che i commercianti quando venivano avvicinati per pagare il pizzo divenivano accondiscendenti nel momento in cui veniva detto loro che i soldi servivano per mantenere i detenuti in carcere".
Inoltre, sempre nelle intercettazioni si è coperta la preoccupazione del capomafia il quale si sarebbe preoccupato di fare accantonare del denaro necessario al suo mantenimento in caso di arresto.
Secondo gli inquirenti i sodali operavano secondo gli schemi tradizionali di Cosa Nostra, ossia con incontri in aperta campagna e pizzini "di provenzana memoria" al fine di scambiarsi le comunicazioni.
Inoltre il presunto capo dell'organizzazione, da quanto è emerso dalle indagini - a conferma della sua posizione - era stato chiamato da alcuni pregiudicati nisseni per risolvere alcune controversie, come quella sorta tra due imprenditori per la vendita di un autolavaggio. Il capo mafia oltretutto, al fine di assicurarsi canali di investimento per il riciclaggio dei proventi delle attività illecite e ottenere così guadagni in nero da destinare anche al mantenimento delle famiglie dei carcerati, aveva anche manifestato la volontà di inserirsi nei lucrosi settori della compravendita immobiliare e dei lavori di edilizia, dopo essersi già inserito in quello della vendita di autovetture.
Le indagini infine hanno dato piena contezza della "smisurata crescita criminale mafiosa" dell'uomo, che in più occasioni ha rimarcato "la sua fedeltà alle regole mafiose che non avrebbe mai tradito, così come non avrebbe mai fatto mancare il suo supporto ai mafiosi che si trovano in galera e che a lui hanno insegnato quelle regole; regole che lui stesso cerca di tramandare ai suoi affiliati, odierni arrestati" hanno evidenziato gli inquirenti.

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