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L'ex boss di Cosa Nostra parla in un video rilasciato in esclusiva dal Corriere della Sera

"Ho riflettuto e ho deciso di rilasciare questa intervista, non so dove mi porta, spero solo di essere capito. Ho deciso di rilasciare questa intervista, uno per fare i conti con me stesso, è arrivato il momento di metterci la faccia, mi dispiace di non poterlo fare per motivi di sicurezza. Ma è nello spirito e nell’anima di farlo. Quindi grazie a questa opportunità di poter chiedere scusa, perdono, a tutti i familiari delle vittime, a cui ho creato tanto dolore e tanto dispiacere". Con queste parole, uno dei killer più fidati di Salvatore Riina, ha iniziato cinque anni fa la sua intervista esclusiva davanti alla telecamera del regista-documentarista francese Mosco Levi Bocault e pubblicato dal Corriere della Sera.
Nel video, l'ex boss di San Giuseppe Jato ha detto che "ho cercato di dare il mio contributo il più possibile e dare un minimo di spiegazione ai tanti che cercano verità e giustizia. E chiedo scusa soprattutto a mio figlio e mia moglie che stanno pagando anche se indirettamente le mie scelte di vita prima da mafioso e poi da collaboratore di giustizia. Perché purtroppo nel nostro Paese chi collabora con la giustizia viene sempre denigrato e disprezzato".
Il rampollo della storica famiglia mafiosa fedele ai Corleonesi è stato arrestato il 20 maggio 1996 in una villa vicino al mare di Agrigento.
Durante le sua collaborazione con la giustizia (agli inizi problematica) si era autoaccusato della Strage di Capaci e dell'uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo. L'ex boss ha raccontato anche di quando nell’inverno del 1991 Riina aveva ordinato di iniziare la guerra allo Stato a suon di bombe e dell’obiettivo ideato insieme a Leoluca Bagarella “di arrivare a Berlusconi” tramite Vittorio Mangano.
In merito alla sua collaborazione, Brusca nel video ha commentato dicendo che "io credo che si tratta di una scelta di vita importantissima, morale, giudiziaria, ma soprattutto umana. Perché consente di mettere fine a questo… Io chiamo Cosa nostra una catena di morte, una fabbrica di morte, né più né meno. L’ho sempre chiamata nei vari processi un’agonia, un’agonia continua”.
Dopo la sua scarcerazione, avvenuta lunedì pomeriggio, Brusca passerà i prossimi 4 anni in libertà vigilata, domiciliato in una località protetta poiché le sue dichiarazioni sono state considerate attendibili in decine e decine di processi e dal 2000 ha incassato lo status di collaboratore di giustizia.

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