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"Io sono un contrasto dello Stato"

Una organizzazione che "avvalendosi della forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo per acquisire in modo diretto o indiretto il controllo e la gestione di attività economiche" si è assicurato una posizione dominante nei comparti del trasporto su gomma di prodotti orto-frutticoli, della produzione di pedane e imballaggi e della produzione e commercio di prodotti caseari "influendo e alterando le regole della concorrenza". Questo il quadro accusatorio che ha portato a un blitz di polizia, carabinieri e Guardia di finanza, denominato 'Robin Hood', che ieri ha eseguito una ordinanza di misure cautelari decise dal gip di Catania nei confronti di 13 persone appartenenti al clan Trigila, cosca mafiosa attiva in Sicilia, nella zona sud-orientale della provincia di Siracusa, tra Noto, Avola, Pachino e Rosolini.
Le indagini hanno permesso di ricostruire come, anche dal carcere, Antonio Giuseppe Trigila, fondatore dell'omonimo clan, continuasse a impartire ordini e a gestire le attività economiche sul territorio.
"Loro dicono per mafiosità, invece io sono un contrasto dello Stato!… che cosa significa contrasto dello Stato?" diceva il boss spiegando alla nipote la sua attività criminale.
A permettere al capo famiglia di mantenere la sua egemonia, nonostante la lunga detenzione, erano la moglie e la figlia, nonché alcuni uomini di assoluta fiducia e preposti alla conduzione delle attività illecite più remunerative.
Dal carcere Antonio, e il figlio con il quale era in costante contatto epistolare, continuavano a impartire disposizioni durante i colloqui con i propri familiari. Le donne svolgevano il delicato compito di veicolare gli ordini utili all'organizzazione e gestione delle attività, "non disdegnando - sottolineano gli inquirenti - di intervenire in prima persona quando si rendeva necessario utilizzare la valenza evocativa promanante dal rapporto di coniugio".
I poliziotti hanno accertato come il clan agisse ricorrendo a un modus operandi consolidato nel tempo che vedeva nella penetrazione del tessuto economico del territorio, con aziende capaci di alterare le regole della concorrenza e di acquisire una posizione dominante grazie al nome dei Trigila, il terreno di elezione grazie al quale conseguire illeciti profitti. Ciò avveniva nell'intermediazione imposta nel settore dei trasporti dei prodotti agricoli, nelle estorsioni agli operatori economici e nell'acquisizione di fondi agricoli finalizzati alle richieste di contributi europei. Accanto a queste, naturalmente, vi erano anche le attività tradizionalmente illecite come il traffico di sostanze stupefacenti. Attorno alle figure apicali, vi era poi un nutrito numero di fiancheggiatori e facilitatori che spesso si limitavano a fornire un contributo per veicolare le informazioni e fissare gli appuntamenti tra i sodali. Un apporto che consentiva agli uomini del clan di non esporsi e di eludere la costante attenzione cui erano sottoposti in virtù del vincolo di affiliazione. Alla base del gruppo poi vi erano poi alcuni soggetti con mansioni prettamente esecutive, come le azioni intimidatorie, violente e le richieste estorsive.
Vessazioni che venivano perpetrate nei confronti dei trasportatori di prodotti agricoli a cui era impedito di lavorare liberamente in quello che definiva "il suo territorio", ovvero la zona di Noto, Avola, Pachino e Rosolini, nel siracusano. Il dato emerge da alcune intercettazioni. "Ma chi ve l'ha data questa autorizzazione". "Io sto prendendo i bins e gli sto dando fuoco ora stesso, subito. E qua non ci deve entrare nessuno, se prima non ve lo dico io, perché il padrone (...) sono io".
Ad occuparsi della raccolta delle somme di denaro imposte ai trasportatori "per lavorare senza incorrere in problemi" era un soggetto detto 'u caliddu'. Al nipote del capofamiglia Antonio Trigila, di recente inserito nell'organigramma mafioso, erano invece affidati gli affari relativi all'acquisizione e al controllo dei fondi agricoli.
Tra i soggetti in posizione apicale spiccava la figura di Giuseppe Crispino, vero e proprio "reggente in libertà" del sodalizio al quale, sino alla data del suo arresto il 4 luglio 2018, era stata affidata la raccolta dei proventi illeciti necessari al sostentamento dell'associazione, il pagamento degli stipendi alle famiglie dei sodali detenuti, la detenzione delle armi e la conduzione delle attività più delicate come le estorsioni e il traffico di sostanze stupefacenti. L'arresto di Crispino, trovato in possesso di circa 650 grammi di cocaina e di 4 pistole perfettamente funzionanti illegalmente detenute, "era la prova lampante di come il sodalizio fosse ampiamente operativo, spaziando su più fronti - sottolineano gli inquirenti - e detenesse un arsenale cui attingere in caso di necessità".

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