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Dietro il delitto possibile coinvolgimento di elementi legati al settore politico-economico-finanziario

Sono stati pubblicati alcuni degli atti desecretati ad opera della Commissione Antimafia il 4 marzo 2020 sul sito del Csm in riferimento all'omicidio del magistrato Palermitano e del suo agente di custodia Antonino Lorusso, avvenuto il 5 maggio 1971. Nella pubblicazione dei documenti reperibili sul sito del Parlamento italiano si coglie il particolare contesto criminale di Cosa Nostra verso la fine degli anni '70 caratterizzato dallo scoppio della "guerra di mafia" che segnò la vittoria dei Corleonesi. Nel rapporto redatto il 6 giugno 1971 (Processo verbale di denuncia a carico di Albanese Giuseppe + 65) dai responsabili di pubblica sicurezza – tra cui il vice questore Giorgio Boris Giuliano - si fa riferimento ai fatti criminosi avvenuti a Palermo in quegli anni (compresi l'omicidio di Pietro Scaglione e la sparizione del giornalista Mauro De Mauro), i quali, si legge, "non hanno precedenti nelle manifestazioni criminose dell'isola, perché appaiono talmente aberranti da far ritenere che si agitino o si occultino a monte degli esecutori materiali grossissimi interessi ai quali non sarebbero estranei ambienti e personaggi legati al mondo politico ed economico-finanziario e che, in forma più o meno occulta, hanno fatto ricorso, dal dopoguerra in poi, a sodalizi di mafia per conseguire iniziali affermazioni nei più svariati settori, per garantire quanto via via acquisito, per speculare sugli ulteriori locupletamenti".
Oltretutto nel luglio 1984 Tommaso Buscetta iniziò a collaborare con il giudice Giovanni Falcone e, come si può leggere in un verbale del 21 luglio dello stesso anno, parlò anche in merito all’omicidio del procuratore di Palermo: "Gaetano Badalamenti mi ha detto che ad ucciderlo erano stati materialmente Luciano Leggio e Salvatore Riina ed una terza persona di cui il Badalamenti, son quasi sicuro, non mi fece il nome. L’omicidio in questione è avvenuto in via dei Cipressi, nel quartiere Danisinni, controllato dalla famiglia di Porta Nuova, di cui, come ho detto, il Calò è il capo. Nessun omicidio, quindi, come ho già detto, e tanto meno l’omicidio di Pietro Scaglione Procuratore della Repubblica in carica, poteva essere effettuato senza il consenso del capo”. Il 16 novembre 1992, il "boss dei due mondi" parlò davanti la Commissione Antimafia sostenendo che, in merito all’omicidio Scaglione, "Luciano Leggio stabilì di sua volontà un clima di tensione nell’ambiente politico per preparare un colpo di Stato" proiettando l'atto omicidiario all'interno di un più vasto disegno eversivo.
Ma nonostante le numerose testimonianze il giudice istruttore presso il Tribunale di Genova, in concerto con la richiesta del Pubblico Ministero, rilevò che “i numerosi tentativi nel corso della lunga istruttoria hanno avuto come esito l’acquisizione di elementi spesso confusi e contradditori; in ogni caso generici e non suffragati da punti fermi, privi di quei riscontri che, nella ricostruzione di ogni fatto sono necessari per passare da una situazione indiziaria o di mero sospetto a quella di prova".
A fronte di queste motivazioni il giudice istruttore ordinò il "non doversi procedere" con una sentenza - ordinanza del 16 gennaio 1991 nei confronti degli imputati, tra i quali Gerlando Alberti, Giuseppe Calò, Luciano Leggio e Salvatore Riina.
Così dopo cinquant'anni dall’omicidio del Procuratore della Repubblica di Palermo gli autori e mandanti di quel delitto non sono stati ancora identificati.

Morire per troppa onestà
Erano le 10.55 del 5 maggio 1971 quando Cosa nostra assassinò il procuratore Pietro Scaglione e l'autista Antonio Lorusso. Il magistrato, come ogni mattina, si recò al cimitero per visitare la tomba di sua moglie Concetta. L'auto del giudice venne affiancata da una Fiat 850 guidata dei sicari della mafia, mentre si trovava su via Cipressi. I killer non esitarono a sparare contro l'auto del procuratore che morì con il suo fedele agente di scorta.
L'omicidio ebbe, come scrisse Giovanni Falcone nel suo libro 'La posta in gioco, “lo scopo di dimostrare a tutti che Cosa nostra non soltanto non era stata intimidita dalla repressione giudiziaria, ma che era sempre pronta a colpire chiunque ostacolasse il suo cammino".
Anche il giornalista Mario Francese in un articolo il 6 maggio 1971 scrisse che Scaglione “fu convinto assertore che la mafia aveva origini politiche e che i mafiosi di maggior rilievo bisognava snidarli nelle pubbliche amministrazioni. E’ il tempo del cosiddetto braccio di ferro tra l’alto magistrato e i politici, il tempo in cui la linea Scaglione portò ad una serie di procedimenti per peculato o per interesse privato in atti di ufficio nei confronti di amministratori comunali e di enti pubblici”. E sulla morte del procuratore Scaglione, il giudice Paolo Borsellino affermò al quotidiano “La Sicilia” che “la mafia condusse una campagna di eliminazione sistematica degli investigatori che intuirono qualcosa. Le cosche sapevano che erano isolati, che dietro di loro non c’era lo Stato e che la loro morte avrebbe ritardato le scoperte".
Scaglione era un magistrato onesto, questa fu la sua vera "colpa". Quella di essersi battuto per una società più giusta mettendo da parte logiche di appartenenza. Con il decreto del Ministro della Giustizia del 1991, con parere favorevole del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura), il magistrato fu riconosciuto “vittima del dovere e della mafia”.

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