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In tutto cinque gli arresti dell'operazione "Brevis"

Nel corso della pomeriggio di ieri i Carabinieri del Comando Provinciale hanno dato esecuzione a un provvedimento di fermo di indiziati di delitto, emesso dal gruppo della Dda di Palermo (il Procuratore Aggiunto Salvatore De Luca assieme ai sostituti Dario Scaletta e Federica La Chioma) nei confronti di 5 indagati, ritenuti a vario titolo responsabili dei delitti di associazione di tipo mafioso, estorsione consumata e tentata, lesioni personali, sequestro di persona, fittizia intestazione di beni, tutti reati aggravati dal metodo e dalle modalità mafiose.
Le indagini condotte dall'Arma, secondo le valutazioni del Pm, hanno consentito agli inquirenti, dopo l'arresto di Settimo Mineo nell'operazione Cupola 2.0, di individuare in Giuseppe Calvaruso il nuovo reggente del mandamento mafioso Pagliarelli.
Non è la prima volta che si trova implicato in indagini per mafia. Un tempo, infatti, il giovane boss era braccio destro del "picciotteddu" Gianni Nicchi. Era stato scarcerato nel 2016 e si era trasferito in Emilia Romagna dove ufficialmente lavorava come collaboratore di un’azienda edile di Rimini.
Ma il "richiamo" di Cosa nostra è forte. E a lui si erano affidate le famiglie per ripartire dopo gli arresti.
Secondo gli inquirenti avrebbe di volta in volta gli uomini più affidabili per la gestione degli affari delle famiglie mafiose a lui subordinate ed in particolare Giovanni Caruso quale suo personale referente nel corso della propria assenza dal territorio italiano e nei lunghi viaggi compiuti in Brasile, dove da qualche tempo dimorava.
Era rientrato momentaneamente in Italia con l'intendimento di tornare a breve in sud America. E proprio al rientro è finito in manette.
Secondo l'accusa, nonostante i continui spostamenti, attraverso lo scambio di contatti avrebbe tenuto diverse riunioni ed incontri anche in luoghi riservati con un costante collegamento con esponenti apicali dei mandamenti mafiosi di Porta Nuova, Noce, Villabate, Belmonte Mezzagno per la trattazione di affari mafiosi. E nella sua funzione di uomo d'onore, sarebbe intervenuto per la risoluzione di controversie fra privati; avrebbe provveduto a "l'ordine pubblico" sul territorio, ad esempio autorizzando e prendendo parte a un violento pestaggio ai danni di autori di alcune rapine non autorizzate dai vertici mandamentali.
Altre accuse riguardano l'aver assicurato il mantenimento in carcere dei detenuti appartenenti alle famiglie mafiose del mandamento (nel corso di un dialogo intercettato, Caruso rivelava i dettagli degli esborsi ai familiari dei carcerati); avere gestito, per il tramite di prestanome, il controllo di attività economiche dentro e fuori il territorio del mandamento.


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In foto da sinistra e dall'alto verso il basso: Giovanni Spanò, Silvestre Maniscalco, Giovanni Caruso, Giuseppe Calvaruso e Francesco Paolo Bagnasco


Secondo le valutazioni del P.M. e degli investigatori sono emersi diversi episodi riguardanti il sistematico ricorso di commercianti e imprenditori per ottenere autorizzazioni all'apertura di attività commerciali (una sorta di "amministrazione mafiosa" o risoluzioni di controversie (una sorta di "giurisdizione mafiosa"); l'organizzazione ha assunto, secondo consolidata tradizione mafiosa, una patologica funzione supplente rispetto alle Istituzioni dello Stato. La famiglia mafiosa di Pagliarelli veniva infatti investita, fra le altre cose, per individuare e punire gli autori di più rapine in danno di un esercizio commerciale; rinvenire e restituire ai legittimi proprietari un'autovettura rubata; autorizzare l'apertura di nuovi esercizi pubblici. Le indagini hanno permesso di delineare, in particolare un episodio particolarmente cruento.
La ricostruzione degli investigatori è conforme alle valutazioni contenute nei provvedimenti di fermo emessi dal Pm dal quale emerge l'attualità del capillare controllo mafioso anche su soggetti dediti alla consumazione di reati predatori, la cui azione criminale in danno di attività commerciali deve essere preventivamente autorizzata da cosa nostra. Il titolare di una rivendita di detersivi, a seguito di due rapine consumate nell'arco di 5 giorni, si rivolgeva, entrambe le volte, agli uomini di cosa nostra per identificare i responsabili delle rapine e per riappropriarsi delle somme di denaro sottrattegli. L'imprenditore interessava della questione Giovanni Caruso (consegnandogli anche le riprese video della rapina), ritenendolo il referente sul territorio per conto di cosa nostra; questi si attivava con efficienza per l'identificazione e il rintraccio dei rapinatori, che venivano sequestrati dai sodali all'interno di un garage, dove venivano trattenuti sino all'arrivo dell'ideatore delle rapine, che veniva "pestato a sangue" alla presenza di Giuseppe Calvaruso, nel frattempo sopraggiunto.
Peraltro proprio Caruso si occupava, a seguito di richiesta di un commerciante locale di rintracciare in 24 ore un'autovettura rubata. La gestione di attività economiche nella veste di imprenditore occulto da parte di Calvaruso risulta strettamente connessa all'assunzione da parte sua della qualifica di storico uomo d'onore della famiglia mafiosa di Pagliarelli; proprio il mantenimento di relazioni qualificate con gli esponenti di altri mandamenti, nonché la partecipazione alle attività illecite dell'associazione criminale gli consentiva infatti, nel corso degli anni, di acquisire una vasta rete di conoscenze spendibili nei più disparati settori economici, nonché di accumulare ingenti capitali di provenienza illecita, da reinvestire, poi, in società operanti nel settore edile e della ristorazione. Le vicissitudini giudiziarie, determinavano in Giuseppe Calvaruso l'esigenza di porsi al riparo da possibili sequestri in danno dei suoi beni; egli, pertanto, era indotto ad attuare una strategia di interposizione fittizia di carattere reale finalizzata, grazie alla collaborazione di fedeli prestanome, a tutelare i suoi beni da eventuali sequestri di prevenzione.
Inoltre, la peculiare e modernissima attitudine imprenditoriale impressa da Giuseppe Calvaruso alla gestione del mandamento di Pagliarelli (rendendolo un fattore di distorsione del mercato) emergeva anche dall'interesse dallo stesso manifestato verso un flusso di capitali provenienti da investitori esteri. In particolare Calvaruso tentava di intessere dei rapporti di natura economica con un cittadino singaporiano, interessato a investire ingenti capitali nel settore edile e turistico-alberghiero in Sicilia. Connesse con tali affari vi sono, poi, alcune condotte estorsive, tutte finalizzate a costringere la proprietà degli immobili da acquistare e ristrutturare, a rivolgersi alle ditte edili di fatto di proprietà di Calvaruso.

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