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Domani l’inaugurazione dell’anno giudiziario: “Cosa nostra in grave crisi ma sempre viva”

Dopo la doppia maxi operazione antimafia "Cupola 2.0" del 4 dicembre 2018 e del 22 gennaio 2019, che ha azzerato la nuova commissione provinciale di Cosa nostra, "non vi è, allo stato, alcuna traccia di un tentativo di ricostituzione; del resto, tenuto conto del duro colpo subito e della decapitazione di tutti i principali mandamenti mafiosi, sarebbe sorprendente il contrario". A scriverlo è la Corte d’Appello di Palermo nella relazione pubblicata online - e che domani sarà letta all'inaugurazione dell'anno giudiziario - del presidente Matteo Frasca, che tuttavia avverte circa la necessità di tenere alta la guardia, perché Cosa nostra "continua a manifestare una elevatissima resilienza e una ostinata volontà di riorganizzarsi subito dopo ogni attività cautelare per quanto incisiva e di vaste proporzioni la stessa sia stata". In mancanza di "un organismo idoneo a regolare i più delicati rapporti intermandamentali", le eventuali questioni vengono risolte mediante colloqui bilaterali fra i mandamenti interessati. Non sembra, inoltre, che venga applicata la regola, che la nuova commissione voleva ripristinare rigorosamente, "secondo la quale tali questioni possono essere oggetto esclusivamente dei contatti fra capi mandamento". In altri termini permane la "confusione alla quale la commissione voleva porre fine". Viene confermato che è stata definitivamente superata la frattura fra "corleonesi" e "perdenti". Permane, inoltre, una situazione "palermocentrica", nell'ambito della quale i mandamenti mafiosi più potenti sono ancora quelli di Pagliarelli, Porta Nuova, Ciaculli-Brancaccio e Villagrazia-Santa Maria di Gesù, una situazione da questo punto di vista simile a quella antecedente alla 'grande guerra' di mafia. Non emerge alcuna modifica circa la geografia dei mandamenti, fatta eccezione per i quartieri di Ciaculli e Villagrazia, che adesso fanno mandamento al posto, rispettivamente, di Brancaccio e Santa Maria di Gesù. Il presidente della Corte d’Appello sottolinea che le "costanti e pressanti attività cautelari e processuali hanno generato, probabilmente, la più grave crisi mai attraversata nella sua storia dalla cosa nostra palermitana con riferimento alla mafia territoriale/militare". L'attuale strategia di contrasto "si fonda sul criterio della tempestiva decapitazione dei mandamenti mafiosi". L'efficacia del contrasto "sarebbe notevolmente incrementata se i tempi di decisione del gip non fossero, per motivi eterogenei ma soprattutto per carenza di magistrati e di personale amministrativo, eccessivamente dilatati [anche se recentemente si nota una riduzione dei tempi di attesa". Tuttavia, Cosa nostra "continua a manifestare un'elevatissima resilienza ed una ostinata volontà di riorganizzarsi subito dopo ogni attività cautelare per quanto incisiva e di vaste proporzioni la stessa sia stata". Quasi tutti gli affiliati che hanno scontato una lunga pena detentiva, "ricomincia a pieno ritmo la sua attività nell'ambito dell'associazione mafiosa, il giorno stesso della scarcerazione, pur avendo il concreto sospetto di essere oggetto di nuove indagini e l'alta probabilità, quasi certezza, di andare incontro ad una nuova pena detentiva". Tra i riferimenti Govanni Buscemi, "attualmente imputato in stato di detenzione", che, subito dopo aver scontato 24 anni di reclusione, "ha subito accettato di essere nominato capo del mandamento di Passo di Rigano". Proprio per tale motivo “è particolarmente importante che la situazione mafiosa palermitana non venga mai sottovalutata, mantenendo elevata l'attenzione dello Stato".

Capitolo Messina Denaro
In provincia di Trapani, le indagini coordinate dalla Dda hanno registrato ancora il potere mafioso "saldamente nelle mani della famiglia Messina Denaro”, rende noto Frasca. L'azione investigativa finalizzata a localizzare Matteo Messina Denaro e a smantellare la rete di protezione "che gli consente tuttora di sfuggire alla cattura e governare il territorio trapanese", ha prodotto diversi arresti, "anche vicinissimi al contesto relazionale e di complicità del latitante. Alcune indagini poi, hanno svelato intrecci e cointeressenze tra il mondo imprenditoriale più vicino a Cosa nostra trapanese e il mondo della politica, con indagini su ex deputati, esponenti politici locali e canditati”. "Certamente grave e inquietante", per il Presidente della Corte d’Appello di Palermo, "la riservata interlocuzione, registrata nel corso di diverse indagini preliminari, tra esponenti mafiosi e amministratori locali. Consistenti pure le emergenze relative ai rapporti con alcuni dirigenti della burocrazia regionale, coinvolta, in alcune occasioni emerse dalle indagini nei confronti di soggetti contigui a Cosa nostra, in vicende corruttive di notevole rilievo". Eseguiti diversi provvedimenti di cattura e sequestri "a dimostrazione dell'ancora penetrante controllo, da parte dell'associazione mafiosa, del territorio e delle più importanti attività economiche, tra cui spicca per attualità e per imponenza dei flussi di denaro quella delle scommesse on line e, soprattutto, delle energie alternative".

Emergenza sanitaria sfruttata per consensi
Matteo Frasca evidenzia anche come la ricerca del consenso e "la funzione sociale" svolta nel territorio di riferimento, resta cruciale per Cosa nostra. In aprile 2020, e quindi nel pieno della pandemia da Covid-19, sottolinea il magistrato, è emerso che un pregiudicato per reati di criminalità comune, fratello di altro pregiudicato per mafia, "si spendeva per la consegna di generi alimentari ad alcuni nuclei familiari indigenti del quartiere Zen di Palermo". E' plausibile dunque, per Frasca, "che, sfruttando il momento di crisi economica e sanitaria, egli si sia prodigato per ricercare un certo grado di consenso sociale". Una circostanza che apre uno scenario più vasto, come dimostrato peraltro dall'ultima operazione antimafia "Bivio", che ha colpito la famiglia mafiosa dello Zen, la quale assicurava la distribuzione di cibo alle persone in difficoltà. Le famiglie di mafia, inoltre, dice Frasca, "impongono le proprie decisioni per la risoluzione delle problematiche più varie: litigi familiari per motivi sentimentali, occupazioni abusive di case popolari, sfratti per mancati pagamenti di affitti, intercessioni per intraprendere attività economiche nel quartiere in contrapposizione ad altri soggetti, modalità e tempi di pagamento di debiti rimasti insoluti, recupero di beni oggetto di furto, il pieno controllo delle feste di quartiere, occupandosi dell'ingaggio dei cantanti neomelodici chiamati a esibirsi durante la manifestazione, al pagamento di questi e delle altre spese dell'organizzazione, all'autorizzazione ai commercianti ambulanti a vendere i loro prodotti durante la festa, disponendo anche la relativa collocazione lungo le strade rionali. In un caso è venuto fuori anche il diretto coinvolgimento della famiglia mafiosa del Borgo Vecchio nel controllo dei gruppi ultras del Palermo, nella risoluzione di contrasti tra ultras, nonché ad evitare disordini all'interno dello stadio”.

Cosa nostra punta sul pizzo ma ha paura
In merito alle estorsioni e al pizzo Frasca ha poi fatto presente che nonostante "si siano levate delle voci contrarie all'interno di Cosa nostra", le estorsioni, "che costituiscono la tipologia di reato che dà luogo al numero maggiore di misure cautelari nei confronti dei mafiosi", continuano ad essere la classica attività delle famiglie mafiose". Le denunce da parte degli imprenditori, vittime di tale reato, "sono poco rilevanti da un punto di vista quantitativo, ma di sicuro impatto da un punto di vista qualitativo; è stato rilevato, infatti, un importante effetto sull'atteggiamento di Cosa nostra nell'individuazione delle vittime". Abbandonata in parte la tradizionale arroganza, "si preferisce evitare gli imprenditori che sembrano più propensi a denunciare. Tale inedito fenomeno 'difensivo' è evidente sintomo di un senso di insicurezza che attraversa tutti i mandamenti". Peraltro, prosegue Frasca, sono sempre più numerosi gli imprenditori che oppongono resistenza "passiva": pur non denunciando, tentano di non pagare la "messa a posto". Le estorsioni comunque restano decisive per una serie di motivi, spiega il presidente della Corte d’Appello di Palermo: costituiscono "una potente espressione del controllo del territorio"; la 'messa a posto', fra l'altro, costituisce "un vero e proprio volano dell'economia del territorio di ciascuna famiglia mafiosa", soprattutto nel settore dell'edilizia, in quanto, "oltre alla dazione di denaro, vengono imposti i fornitori, la guardiania ed eventuali sub appalti"; sono un'importante voce attiva nelle casse delle famiglie, soprattutto per sostentare le famiglie dei detenuti; sono "insostituibili" per i mandamenti e le famiglie mafiose, che si vogliono riorganizzare dopo aver subito l'attività cautelare, "perché costituiscono la forma più semplice di reato con fine di lucro, che non necessita di interventi esterni di tecnici o di una organizzazione complessa". Insomma, la "messa a posto" rientra "a pieno titolo nel Dna di Cosa nostra". Se venisse meno "si verificherebbe in breve tempo l'implosione dell'intera associazione criminale".
Frasca ha in aggiunta messo in guardia le associazioni antiracket da possibili infiltrazioni mafiose. "Particolare attenzione merita la composizione e la partecipazione alle associazioni antiracket, che svolgono una funzione meritoria ed a volte preziosa, perché la possibilità di infiltrazioni mafiose, assolutamente impensabile un tempo, è attualmente possibile. Occorre, pertanto, una ragionevole prudenza da parte delle associazioni e della A.G. procedente”, osserva il magistrato.

In aumento reati contro P. A. e denunce contro corruzione
Il settore dei reati contro la Pubblica Amministrazione quest'anno registra, nel distretto della Corte di Appello di Palermo, "un andamento lievemente superiore se guardato nel complesso e a livello distrettuale". I reati iscritti, scrive la corte d’Appello di Palermo, sono infatti passati da 3.552 a 3.832 con una variazione pari al 7,88%. Allo stesso tempo però aumentano le denunce per corruzione nel distretto della Corte d'Appello di Palermo. "Le denunce per corruzione sono aumentate da 57 a 75", si legge. Mentre "le denunce per concussione sono rimaste stabili (12) quelle per peculato invece sono diminuite da 140 a 105". "Il dato numerico distrettuale ovviamente racchiude al proprio interno realtà totalmente diverse a livello dei vari territori - si legge nella relazione - non è consentito che si abbassi la guardia su questo genere di reati perché se per molti circondari la variazione rispetto allo scorso anno presenta segno negativo per altri invece la variazione è di segno opposto".

Nel lockdown saltati 97% processi
Nella relazione del presidente della Corte d’appello emerge che nel periodo del lockdown, tra il 9 marzo e l'11 maggio scorsi, sono saltati oltre il 91% dei procedimenti civili programmati dalla Corte d'Appello di Palermo e il 97% di quelli previsti in tribunale. Mentre nel penale "la percentuale media di processi rinviati, sia in Corte, sia nei tribunali, ha mediamente superato il 97%". Stando ai numeri e alle statistiche elaborati da Frasca, l'epidemia di Coronavirus ha sostanzialmente vanificato gli sforzi svolti nell'arco di un decennio per cercare di ridurre l'enorme arretrato di processi e procedimenti, soprattutto civili. Anche l'inaugurazione dell'anno giudiziario, domattina, sarà tenuta, per motivi di sicurezza, in un'aula magna del palazzo di giustizia insolitamente semivuota, con pochissimi e selezionati invitati, tra cui il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi e il consigliere del Csm Sebastiano Ardita, un numero limitato di magistrati (solo cinque, ad esempio, i giudici della Corte con la tradizionale toga rossa) e la diretta streaming su Radio Radicale. "Ogni considerazione sull'andamento della giustizia nel periodo in esame - scrive il presidente della Corte d'appello Frasca - è fortemente condizionata dall'emergenza sanitaria". Nella sua relazione l'alto magistrato rileva che, nonostante i provvedimenti legislativi e governativi e i "numerosi interventi di riorganizzazione degli uffici", si sono comunque avute "ricadute negative anche di rilievo sull'andamento della giurisdizione". "E' ragionevole temere - prosegue - che questo rallentamento comporterà una significativa battuta d'arresto nel difficile percorso di recupero di efficienza". Quanto alla ripartenza dai tempi e dai modi opposti, anche tra sedi talvolta vicinissime fra di loro, "al di là del comprensibile disagio e dello sconcerto suggestivamente indotto dalla geografia differenziata conseguente alla scelta del legislatore, le diverse velocità nella ripartenza e la diseguaglianza sono state un 'male necessario'". Il lockdown totale della giurisdizione “è stato evitato solo perché i magistrati hanno continuato a lavorare per la definizione dell'arretrato, in molti casi praticamente azzerandolo".

Fonte: Agi

Foto © Imagoeconomica

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