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Graziella Campagna venne rapita e uccisa il 12 dicembre del 1985. Verso le otto di sera, finito l’orario di lavoro alla lavanderia di Villafranca Tirrena, andò alla fermata della corriera e aspettò il bus che l’avrebbe riportata a Saponara, dove la mamma la stava aspettando per tornare a casa.
Ma Graziella non arrivò mai. Venne caricata su una macchina e portata a Forte Campone dove venne fatta scendere a forza per poi essere uccisa con cinque colpi di lupara sparati a bruciapelo. Il primo colpo la colpì al braccio, segno che la ragazza cercò di difendersi, poi vennero colpiti anche lo stomaco, la spalla, il petto e l’ultimo colpo venne sparato in viso, sulla fronte: una vera e propria esecuzione.
A trovare il suo corpo 48 ore dopo fu il fratello della giovane, Pietro Campagna (carabiniere di professione), che accorse da Reggio Calabria appena apprese della scomparsa della sorella.
Ma qual è il motivo per cui fu uccisa Graziella Campagna? Un giorno, nella lavanderia dove lavorava si presentarono come normali clienti personaggi di elevata caratura criminale, l’ingegnere Tony Cannata e il suo amico Giovanni Lombardo. Poco dopo, precisamente il 9 dicembre, la ragazza trovò per caso dentro la tasca di una camicia l’agenda dell’ingegnere e per curiosità cominciò a sfogliarla, scoprendo che il vero nome dell’uomo non era Tony Cannata ma Gerlando Alberti jr; nipote di Gerlando Alberti senior detto “U paccarè” (assicurato alla giustizia anni prima dal gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa), boss della mafia siciliana molto amico di Vittorio Mangano e di Michele Greco, il “cassiere” di Cosa Nostra. Così anche per Giovanni Lombardo, il cui vero nome era Giovanni Sutera, al tempo latitante e accusato di associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. La collega Agata Cannistrà, presente al ritrovamento, strappò dalle mani di Graziella l’agenda, che non venne più ritrovata. Visionandone il contenuto la giovane stava già firmando la sua condanna a morte, perché in quanto sorella di un carabiniere poteva riferire ciò che aveva visto, mettendo a rischio un determinato sistema atto a coprire determinati soggetti. Di questo ebbero paura i due latitanti e chi era loro collegato.
Il contesto in cui si svolse la vicenda venne descritto nella requisitoria del Procuratore generale Marcello Minasi nel 2008 in cui affermò: "Villafranca Tirrena a metà degli anni '80 era una zona franca dove i boss di mafia, 'Ndrangheta e camorra vivevano la loro latitanza, dove si riunivano insieme a politici, massoni, giudici, carabinieri ed imprenditori collusi nella massoneria di Don Santo Sfameni e dove si stava per impartire una raffineria di eroina”.
Le domande in merito a questo caso sono ancora tante e negli anni poche di queste hanno ottenuto risposta. Le uniche che abbiamo sono quelle emerse dai processi.
Nel 1989 Gerlando Alberti jr e Giovanni Sutera vennero rinviati a giudizio per l’omicidio di Graziella Campagna, ma il processo subì un arresto a causa dall’annullamento del procedimento richiesto dal pubblico ministero, che aveva rivelato un vizio di forma. Gli atti tornarono successivamente al giudice istruttore che prosciolse entrambi per non aver commesso il fatto. Sembrò che il caso fosse destinato ad essere abbandonato per sempre, ma una pista si aprì nel momento in cui scoppiò il “Caso Messina”. Il procedimento penale venne infatti riaperto nel 1996 dal Pubblico Ministero Carmelo Marino che rinviò a giudizio Gerlando Alberti jr, Giovanni Sutera, Agata Cannistrà e Franca Federico, rispettivamente la collega e la titolare della lavanderia. Furono necessari ancora 8 anni per arrivare ad una sentenza di condanna e altri 5 per avere la conferma dalla Cassazione. L’11 dicembre 2004 la Corte di Assise di Messina condannò all’ergastolo Gerlando Alberto jr e Giovanni Sutera in quanto esecutori materiali del delitto con l’aggravante della premeditazione e dello stato di latitanza. Mentre Agata Cannistrà e Franca Federico vennero condannate entrambe a due anni di reclusione per favoreggiamento, oltre ad aver omesso quanto sapevano sul rapimento e sull’omicidio. La sentenza definitiva della Suprema Corte arriverà il 18 marzo 2009 in cui verranno riconfermate le condanne all’ergastolo e respinti tutti gli appelli presentati sia dagli avvocati difensori dei due imputati, Antonello Scordo e Carmelo Vinci, sia dalle parti civili.
I famigliari di Graziella, assistiti dall’avvocato Fabio Repici, sono stati costretti a lottare contro una serie infinita di depistaggi volti a proteggere i colpevoli di quel delitto, presenti sia dentro che fuori delle istituzioni. Solo grazie alla loro caparbietà si è riusciti ad ottenere giustizia.
La storia di Graziella Campagna, ma anche quella della sua famiglia, è una storia triste. Oltre al dolore di aver perso la ragazza si aggiunge anche quello delle continue ingiustizie subite dai famigliari e dai loro difensori. I depistaggi, i tentativi di scarcerazione degli assassini, le delegittimazioni, le querele per diffamazione e infine gli insulti. Graziella e i suoi cari non si meritavano questo, come i tantissimi altri familiari di vittime di mafia. Non è ammissibile che cittadini italiani debbano essere costretti ad aspettare ventiquattro anni per ottenere verità e giustizia. Noi continueremo a raccontare questa vicenda e a testimoniare il coraggio e l’amore di questa famiglia: un esempio di sacrificio e di impegno civile per tutto il nostro Paese.

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