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di Aaron Pettinari
Il pm Paci ha chiuso la requisitoria: "E' il reggente di Cosa nostra"

Fine pena mai, ovvero, l'ergastolo. E' questa la richiesta di condanna che il Procuratore aggiunto di Caltanissetta, Gabriele Paci, ha rivolto alla Corte d'assise di Caltanissetta, presieduta da Roberta Serio, nei confronti del superlatitante trapanese Matteo Messina Denaro, accusato di essere uno dei mandanti degli attentati di Capaci e Via d'Amelio.
Oggi si è conclusa la lunga requisitoria in cui è stato evidenziato il ruolo della Primula rossa, già condannato per le stragi del 1993. "Fu il primo a partecipare ai tentativi di uccidere Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, nemici storici di Cosa nostra" - ha ricordato il pm - il latitante è il frutto marcio di ciò che fu Totò Riina, è stato un membro della commissione regionale, ha partecipato alla deliberazione di morte e all'esecuzione di fatti eccellenti collegati a quella decisione".
"La decisione di uccidere i due giudici - ha aggiunto Paci - non fu un fatto isolato, ma ben piazzato al centro di una strategia stragista a cui Matteo Messina Denaro ha partecipato con consapevolezza dando un consenso, una disponibilità totale della propria persona, dei propri uomini, del proprio territorio, delle famiglie trapanesi al piano di Riina che ne fu così rafforzato e che consentì alla follia criminale del capo di Cosa Nostra di continuare nel proprio intento: anzi, più che di consenso parlerei di totale dedizione alla causa corleonese".
Come è stato ripercorso nelle scorse udienze, secondo l'accusa, il boss trapanese sarebbe stato completamente al servizio dei desiderata di Riina. Una sorta di "Yes-man".
Ed oggi Paci è tornato sul motivo di quella "sottomissione". "Messina Denaro è stato un mafioso che ha rinunciato a qualsiasi spazio vitale di autonomia sapendo che era l'inevitabile dazio da pagare per la sua ascesa dentro Cosa nostra, carriera che Riina favorì, nominandolo reggente della provincia di Trapani".

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Paolo Borsellino e Giovanni Falcone © Shobha


Messina Denaro reggente di Cosa nostra trapanese
Un'ascesa che lo avrebbe portato al vertice di Cosa nostra trapanese, nonostante la giovane età, sin dal 1991 quando il piano sarebbe stato pensato già all'inizio dell'autunno, nel momento in cui le sorti del Maxiprocesso sembravano definite verso la conferma delle condanne. Un piano discusso durante le riunioni ad Enna e quelle successive durante le festività natalizie di quell'anno.
Se da una parte don Ciccio Messina Denaro, il padre di "Diabolik", e Mariano Agate avrebbero avuto qualche riserva, sottraendosi alla pianificazione delle Stragi, quel rifiuto non sarebbe mai stato formale. E Matteo Messina Denaro è divenuto protagonista.
"Il padre Francesco non era presente - ha ricostruito il magistrato - così come non era presente Mariano Agate. Quando nel 1991 comincia la guerra di mafia Paolo Borsellino opera nel trapanese, nel territorio gestito da Matteo Messina Denaro. Abbiamo ripercorso quegli anni maledetti - ha continuato il Pm - Totò Riina, per iniziare la stagione stragista dovette veramente convincere i rappresentati provinciali della bontà del suo progetto, riuscire a costruire il consenso. Non è sostenibile che Totò Riina avrebbe comunque intrapreso a prescindere quella strada senza avere il consenso di Cosa Nostra, perché se ci fosse stato il dissenso di una delle province ci sarebbe stata una guerra. La storia di quegli anni non sarebbe stata la stessa.
Senza il consenso di tutte le famiglie siciliane, a partire da quella trapanese, Riina nel post bombe avrebbe dovuto iniziare a guardarsi più dai nemici interni che dalle forze di polizia e avrebbe comunque dovuto organizzarsi in altro modo, perché su di lui sarebbero piovuti gli ergastoli".
E poi ancora: "Dire a Riina anche un sì, poco convinto, sarebbe significato la morte. Conta poco dire se il consenso di Messina Denaro fu ad Enna, pochi giorni prima, pochi giorni dopo, se risale a Castelvetrano, questo conta poco, perché in quel periodo lui diede il suo assenso come rappresentante provinciale, diede un assenso informato".
Si arriva così al 30 gennaio 1992 quando la Cassazione confermò la sentenza sul Maxiprocesso e il giorno seguente Agate informò Riina che si sarebbe consegnato, mentre don Ciccio Messina Denaro si ritirò a vita privata a causa di una malattia prima di diventare latitante.
Un altro tassello di ricostruzione di quel periodo, secondo la Procura nissena, andrebbe individuato nel tentativo di aggiustare il processo per l'omicidio del capitano Emanuele Basile (una sorta di spin off del Maxiprocesso, in cui erano imputati i principali capimafia) attraverso il notaio Pietro Ferraro, operativo della massoneria.

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Il capitano Emanuele Basile


La supercosa dietro la linea stragista
L'unanimità dei consensi al progetto sulle stragi di Totò Riina, dunque, fu collegiale.
"Per farlo - ha detto Paci davanti alla Corte - interrogò i due organismi di rappresentanza di Cosa nostra, sia la commissione regionale che quella provinciale, ma la vera condivisione fu con la Supercosa a cui apparteneva Messina Denaro e che portò avanti la cosiddetta missione romana in cui si tentò di uccidere nella Capitale il magistrato Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli". Questo fin quando Riina decise che l'esecuzione della strage di Capaci sarebbe stata affidata al gruppo guidato da Giovanni Brusca.
Come aveva fatto in una scorsa udienza Paci ha ricordato quanto detto in aula da quest'ultimo. Il periodo di riferimento era insolito, la fine del 1992.
"Totò Riina - raccontò il 13 dicembre 2017 l'ex boss di San Giuseppe Jato - mi ebbe a dire che, qualora lui fosse arrestato o che gli succedeva qualche cosa, i picciotti, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, sapevano tutto. Queste cose me le dice alla fine del 1992, tra novembre e dicembre. Era il periodo in cui non avevamo più notizie e lui iniziava a preoccuparsi che poteva essere arrestato”.
Sul punto, però, non ci sono stati ulteriori approfondimenti. Almeno per ora. A cosa si riferiva con quel "sanno tutto"? Alle stragi che dovevano essere compiute nel 1993? Al progetto stragista, inserito all'interno di un piano politico come stabilito nelle riunioni di Enna?
Brusca in merito non aggiunse altro.
Tornando a parlare della "supercosa" Paci ha aggiunto che questa struttura "rafforza Riina non soltanto perché ha un gruppo segreto che fa capo a lui ma perché questo gruppo gli consentirà tra le varie opzioni operative di optare per quella che era più funzionale alla realizzazione dei suoi interessi. Scartata la missione romana sceglie quella di Capaci. Indipendente dall'esito la 'supercosa' rafforzò i propositi di Totò Riina, con un gruppo di persone pronto ad uccidere. Nell'ottobre del '91, con l'appoggio di Messina Denaro, Totò Riina, seppe che aveva questa disponibilità di uomini e mezzi. Avere il consenso di Matteo Messina Denaro - ha sottolineano il Pm Paci - gli consentiva di avere delle spie in ogni anfratto di Cosa Nostra che potevano portare alla luce quelli che erano i dissensi interni. Matteo Messina Denaro serve proprio a questo, a stanare e uccidere i riottosi".
Infatti, successivamente il ruolo di Messina Denaro si ripropose anche per la strage di via d'Amelio, contribuendo a fidelizzare le "voci dissidenti" dentro Cosa nostra, autorizzando anche l'omicidio di Vincenzo Milazzo (e della compagna Antonella Bonomo, incinta), ucciso il 14 luglio 1992 per essersi rifiutato di uccidere il magistrato Paolo Borsellino.

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Salvatore "Totò" Riina


"Matteo Messina Denaro non partecipò fisicamente all'esecuzione della strage di Capaci, ma abbiamo provato che fu uno dei mandanti, uno dei protagonisti di tutta quella drammatica stagione che poi allunga la sua scia in altri parti del paese - ha continuato Paci - che pian piano sposta il suo centro di gravità nel patrimonio storico artistico della nazione, il segno della nostra identità culturale e Riina dettò le priorità: in cima i due nemici storici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, condannati già a morte sin dagli inizi degli anni ottanta". "Borsellino - ha proseguito - da tempo era nel mirino di Matteo Messina Denaro, perché poco prima delle Stragi aveva chiesto l'arresto del padre, costringendolo alla latitanza, e per aver patrocinato la collaborazione di alcuni pentiti". "A seguito della nomina nel 1988 del consigliere istruttore Antonino Meli - che non era in linea con quanto asserivano Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, oltre che Rocco Chinnici - decise di smembrare le indagini palermitane, inviando i fascicoli nella Procure competenti - ha detto Paci - compresa quella di Marsala (con competenza su Castelvetrano ndr) che all'epoca era diretta dal dottore Paolo Borsellino. Così il magistrato ebbe modo di rendersi conto dei contatti tra la criminalità locale, la politica e la massoneria, nel luogo in cui Riina e Provenzano avevano fatto affari e passeggiato tranquillamente, con le loro famiglie e investendo i loro capitali". "Proprio il dottore Borsellino aveva iniziato a monitorare i patrimoni dei boss mafiosi e quindi Riina non ebbe problemi nel far capire a Messina Denaro qual era il rischio che Cosa Nostra poteva correre", ha aggiunto.
Borsellino "era una fucina di collaboratori, riuscendo in quel difficilissimo territorio a favorire delle collaborazioni dirompenti a quel tempo, come quella di Rita Atria e Piera Aiello. Poi ci fu Giacoma Filippello, compagna di un Natale L'Ala, un personaggio massone vicino ai mafiosi, poi ucciso da Messina Denaro". Ma anche Rosario Spatola e Vincenzo Calcara, due collaboratori che - secondo quanto detto dal pm Paci nel corso delle precedenti udienze - "inquinarono l'acqua nel pozzo". "L'accusa infamante e ingiusta che viene rivolta a Borsellino è che tutti questi siano falsi pentiti creati da Borsellino, ma basta evidenziare che nel '92 patrocinò due importanti collaborazioni con la giustizia di Leonardo Messina e Gaspare Mutolo. La cosiddetta Trattativa tra lo Stato e la mafia andò avanti in un periodo in cui non c'erano collaboratori, se Cosa Nostra porge il fianco con le collaborazioni ovviamente lo Stato riprende corda e complica il piano della Trattativa".

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Claudio Martelli © Imagoeconomica


Nel corso dell'udienza odierna sono intervenute anche le parti civili e tra queste anche la famiglia Borsellino, rappresentata da Fabio Trizzino il quale ha evidenziato alcuni aspetti poco chiari rispetto a quelle prime indagini tra cui il mancato interrogatorio di Pietro Giammanco, all'epoca Procuratore capo a Palermo. Riferendosi al celebre ultimo discorso pubblico di Paolo Borsellino a Casa Professa, il 25 giugno 1992, ha ricordato come "Borsellino dice io so, non io penso, ma io so quali sono le ragioni dietro l'uccisione di Giovanni Falcone. E' il primo passo della sua via crucis, segnata da tappe ben chiare". Quindi ha aggiunto: "Tra le prime cose dette da Borsellino a Casa Professa, fu che confermò l'autenticità dei diari di Falcone, pubblicati dalla giornalista Liana Milella sul Sole 24 ore ed è importante perché li si arriva al comportamento di Giammanco, che fu assolutamente non ortodosso", ha aggiunto il legale. "Questa è una delle cose più dolorose - ha sottolineato - perché Giammanco non è mai stato ascoltato dalle autorità di allora, non fu mai compulsato da un pm per spiegare due circostanze, perché dell'informativa sul tritolo e la telefonata del 19 luglio alle 7.15 del mattino: io posso fare tutte le illazioni di questo mondo perché nessuno ha chiesto ragione a Giammanco di una telefonata al mattino presto, nonostante tutti sapessero che il rapporto tra i due non era per niente idilliaco".

Mafia-appalti
Nel corso della sua arringa, il legale che rappresenta i familiari del giudice ha parlato delle "collaborazioni tardive di Claudio Martelli, Liliana Ferraro, Alessandra Camassa e Massimo Russo, da cui abbiamo saputo delle cose che creano un rinnovato dolore".
Il legale si è poi soffermato su un'altra vicenda, legata alla nota informativa Mafia-Appalti, inquadrandola come il motivo che portò alla famosa accelerazione della strage.
E' noto che dopo l'uccisione di Giovanni Falcone, la Mafia siciliana aveva stabilito l'eliminazione di Calogero Mannino, ma poi l'obbiettivo immediato diventò Paolo Borsellino. "Da quanto ci raccontano i collaboratori di giustizia, la virata avviene tra il 3 e il 20 giugno" ha proseguito l'avvocato Trizzino. "Cosa succede? L'autorità giudiziaria di Catania, con il sostituto procuratore Felice Lima, stava interrogando Giuseppe Lipera il 13-14-15 giugno 1992. Noi dobbiamo capire se alcune di quelle informazioni possano essere finite a Borsellino e questo è importante perché potremmo iniziare a vedere la finalità preventiva di bloccare Borsellino sul fronte del dossier 'Mafia e Appalti'".
"Il 14 luglio c'è stata una riunione alla Direzione Distrettuale di Palermo e Borsellino chiese conto e ragione a Lo Forte - ha aggiunto Trizzino - perché tra l'altro Giammanco è nella storia della Repubblica, primo e unico procuratore costretto a dimettersi per un ammutinamento dei suoi sostituti: io credo che non ci siano precedenti del genere. Borsellino voleva sapere a che punto fosse quel rapporto Mafia e Appalti e non gli dicono che il 13, il giorno prima, era stata fatta una richiesta di archiviazione, che venne ratificata il 14 agosto 1992". "Lo Stato deve sapere che è stato lasciato solo da molti suoi colleghi, da qualcuno che voleva prendere delle iniziative senza consultarsi e quindi uccidendolo Riina - ha continuato l'avvocato dei Borsellino - ebbe la formidabile occasione di potere dar conto a quella parte di Cosa Nostra fatte da strane commistioni di massoni e imprenditori e dall'altra proseguire con la sua strategia stragista condivisa con Messina Denaro".

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Gian Carlo Caselli © Imagoeconomica


La doppia informativa
La vicenda Mafia-Appalti, però, non è così chiara e netta. Basta rileggere la relazione redatta dall'ex Procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli datata 5 giugno ’98 dal titolo alquanto esplicito: “Relazione sulle modalità di svolgimento delle indagini-mafia-appalti negli anni 1989 e seguenti”. In cui si riferisce di “clamorose ed agghiaccianti anomalie” che hanno contrassegnato la questione dell’informativa Mafia-Appalti.
Tutto nasce dalla prima informativa, depositata il 20 febbraio 1991, privata del nome di Mannino o di altri politici. Giovanni Falcone l'aveva ricevuta in quel giorno ma materialmente non se ne poteva occupare perché già designato come Direttore degli affari penali al Ministero e quindi la consegnò al Procuratore Pietro Giammanco per la riassegnazione. Il 25 giugno di quello stesso anno la Procura di Palermo, sulla base di quella informativa e di ulteriori approfondimenti investigativi, chiese l’arresto di sette dei soggetti denunciati nel rapporto: Siino, Li Pera, Farinella, Falletta, Morici, Cascio e Buscemi. Per gli altri indagati il 13 luglio del ’92 venne chiesta l’archiviazione. Ed i nomi dei politici non c'erano né tra le richieste di custodia cautelare, né tanto meno tra le richieste di archiviazione.
Ed è a quel punto che scoppiò la polemica mediatica con la Procura di Palermo che venne accusata di aver fatto sparire la posizione di Mannino e di altri politici importanti. Addirittura sui giornali comparvero stralci di intercettazioni, alcuni anche riguardanti lo stesso Mannino. Una fuga di notizie, quindi, si verifica realmente, ma del tutto misteriosa, in quanto riguardava atti investigativi che in quel momento la Procura di Palermo non aveva. Chi aveva fatto uscire quei brogliacci?
Secondo quanto ricostruito in altri processi, come quello sulla trattativa Stato-mafia, il 5 settembre del ’92, un anno e mezzo dopo il deposito della prima informativa, il Ros depositò una seconda informativa mafia-appalti che conteneva espliciti riferimenti a Calogero Mannino, Salvo Lima e Rosario Nicolosi incredibilmente riportando acquisizioni investigative che già c’erano ed erano state elaborate molto prima della informativa di febbraio ‘91. Quindi tra le Procure di Catania e Palermo c'erano delle risultanze differenti.

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