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di Aaron Pettinari
Gaetano Scotto avrebbe cercato un contatto con il latitante

Un mafioso di "rango superiore". Così Leonardo Lo Verde, rappresentante delle famiglie di Cosa nostra americane e già oggetto di indagini da parte di F.B.I. e D.E.A., definiva sé stesso ed il boss dell'Arenella Gaetano Scotto. Un riconoscimento alla scaltrezza e all'abilità di quest'ultimo, capace di defilarsi, ma sempre proseguendo nella gestione delle attività criminali della famiglia.
Le indagini della Dia, coordinate dalla Procura di Palermo, sono durate cinque anni e sono partite ancor prima che lo stesso uscisse dal carcere nel gennaio 2016. Scotto, infatti, era già indagato per l'omicidio del poliziotto Nino Agostino, ucciso il 5 agosto 1989 a Villagrazia di Carini, assieme a sua moglie Ida. Partendo da quell'attività, intercettando anche le utenze in uso ai familiari, è emerso il ruolo di rilievo che il boss aveva nuovamente assunto. Una figura forte nel territorio, a cui tutti si rivolgono per dirimere anche le piccole questioni personali: c'è chi gli chiede di fare da intermediario per l'ottenimento di una fornitura di calcestruzzo, chi per recuperare dei crediti, e chi chiedeva un'autorizzazione per aprire o gestire qualsiasi tipo di attività imprenditoriale sul territorio.
Non è un caso se all'interno di Cosa nostra c'era anche chi lo avrebbe voluto al vertice del mandamento di Resuttana. Una carica che ha "declinato" spiegando di "non poterlo fare in questo momento perché il Signore mi è venuto padre che sono uscito".
Ma i contatti con gli altri capimafia andavano comunque portati avanti. Anche quelli più impensabili.
Dalle carte, infatti, è emerso il nome di un soggetto che per alcuni era anche "morto": il latitante capomafia Giovanni Motisi.
Secondo gli inquirenti è di lui che Scotto avrebbe parlato in un'intercettazione del 14 luglio 2017. In quella conversazione, in cui venivano rappresentate al boss dell'Arenella le dinamiche organizzative interne a Cosa nostra si faceva riferimento a "'u Pacchiuni" ovvero il soprannome riservato al boss di Pagliarelli, ricercato dal 1993.
Non l'ultimo arrivato in Cosa nostra, già condannato all'ergastolo per omicidi eccellenti tra cui quello ai poliziotti Ninni Cassarà, Roberto Antiochia e Natale Mondo.
Addirittura, si legge nel documento, Scotto avrebbe riferito di aver tentato di contattarlo attraverso il nipote, Antonino Scotto, ma che "u Pacchiuni" avrebbe rifiutato ogni forma di dialogo. Un fatto che lo avrebbe irritato.

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18 febbraio 2020. L'arresto di Gaetano Scotto © Igor Petyx



Il fantasma Motisi
E' un nome pesante quello di Motisi, inserito nell'elenco dei ricercati di spicco assieme alla primula rossa di Castelvetrano, Matteo Messina Denaro. Nel 2007 Gianni Nicchi, 'u picciutteddu, il picciotto diventato capomafia a Pagliarelli, prima di finire in carcere, aveva dato mandato a qualcuno di trovargli un collegamento con il latitante. Lo voleva al suo fianco per frenare l'avanzata di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, i signori di San Lorenzo. Il collaboratore di giustizia Angelo Casano di lui diceva ai pm: "Giovanni Cangemi, quando eravamo a Pagliarelli ne parlava. Le uniche persone, dice, che sanno dove si trova Giovanni Motisi sono io e mio padre Carmelo. Lui mi disse pure che l'unica persona che può riprendere il potere di Altarello è lui, se lui arriva si riprende il potere".
Qualche anno fa i carabinieri, durante una perquisizione, trovarono una fotografia in cui è ritratto durante il compleanno di una delle figlie.
Oggi compare il nuovo elemento che potrebbe rafforzare l'ipotesi che, considerato il "curriculum" mafioso, Motisi potrebbe essere davvero l'uomo forte di Cosa nostra a Palermo.

La gestione degli affari
Tornando all'operazione contro il clan dell'Arenella e all'arresto di otto persone, leggendo le carte dell'ordinanza del Gip di Palermo, emerge come "l'autorizzazione del boss" fosse necessaria anche per la vendita di sigarette di contrabbando. "Oltre che alla vendita ambulante abusiva anche la vendita dei tabacchi di contrabbando è soggetta ad autorizzazione mafiosa - scrive il gip - beninteso a titolo oneroso, nella zona di controllo del territorio come all'Arenella, e a riprova del ruolo apicale nella famiglia, essa viene 'rilasciata' da Gaetano Scotto". "La mattina del 30 aprile 2017 - dice il gip nella misura - veniva intercettata una conversazione tra Scotto, il fratello Francesco Paolo e con un uomo in merito alla autorizzazione alla vendita di sigarette di contrabbando nel quartiere dell'Arenella per il mantenimento dei detenuti". E Scotto "si lamentava con il fratello di Gaetano Fidanzati, dopo avere appreso che l'uomo vendeva sigarette di contrabbando per mantenere i detenuti".
Non solo. "Nel corso delle intercettazioni - scrive il gip - si discuteva di alcune autorizzazioni richieste a Scotto per esercitare attività ambulanti nella borgata marinara". Ed è emerso come il fratello del capomafia, Francesco Paolo Scotto (anche lui arrestato) "incontrava un uomo, un ambulante della zona, con il quale discuteva di un altro venditore ambulante di panini che aveva piazzato la propria attività commerciale in zona, senza avere chiesto la dovuta 'autorizzazione'. La vicenda era stata sottoposta a Gaetano Scotto, il quale aveva intimato all'ambulante di lasciare l'Arenella, cosa che in effetti era avvenuto giorni dopo". Per il gip "la conversazione esprime, in maniera chiara e inconfutabile, la capacità decisionale e intimidatoria di Gaetano Scotto al quale era bastato un semplice diktat per rispondere alla richiesta della sua borgata di non fare lavorare più un soggetto 'non desiderato'".
Ma l'inchiesta apre anche un'altra ferita. Tra le persone arrestate oggi, infatti, figura anche Giuseppe Costa, 48 anni, fratello di Rosaria Costa, la vedova di Vito Schifani, uno dei tre agenti di scorta morto con Giovanni Falcone e Francesca Morvillo nella strage di Capaci del 23 maggio 1992. Secondo quanto si è appreso va ricorda che da diversi anni i rapporti tra Giuseppe Costa e la sorella Rosaria erano praticamente inesistenti.
Secondo gli investigatori della Dia e i magistrati della Dda di Palermo, Costa si sarebbe occupato di riscuotere il pizzo nella borgata dell'Arenella.

In foto di copertina: il boss latitante, Giovanni Motisi

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