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di AMDuemila - Video
E’ stato arrestato il nuovo capo della famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno, in provincia di Palermo, Salvatore Francesco Tumminia, da poco tornato in libertà dopo essere stato condannato per associazione mafiosa a seguito dell'operazione "Perseo" del 16 dicembre 2008. La procura antimafia palermitana ha emesso un fermo nei confronti di due persone ritenute responsabili di associazione mafiosa, che i carabinieri del comando provinciale di Palermo hanno arrestato nel corso della notte. Nello stesso momento, i militari hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Gip, nei confronti di altre due persone, già sottoposte agli arresti domiciliari, ritenute responsabili di estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Le fibrillazioni
L’inchiesta ha documentato gli assetti e le dinamiche criminali della famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno all'indomani dell'Operazione "Cupola 2.0" del 4 dicembre 2018, a seguito della quale erano stati arrestati, tra gli altri, gli uomini al vertice del mandamento mafioso di Misilmeri-Belmonte Mezzagno. Immediatamente dopo l'operazione, a Belmonte Mezzagno, erano state registrate fibrillazioni che, nel corso del 2019, sono sfociate in gravi fatti di sangue: il 10 gennaio 2019, Vincenzo Greco, pregiudicato, è stato ucciso in un agguato mafioso mentre rincasava dal lavoro nei campi; l'8 maggio 2019, il commercialista Antonio Di Liberto, poco dopo essere uscito di casa a bordo della propria auto, è stato ammazzato con una scarica di proiettili; il 2 dicembre 2019, due sicari, a bordo di uno scooter e col volto coperto da caschi integrali, noncuranti della presenza di numerosissimi passanti, approfittando del traffico in una via del centro cittadino, hanno fatto rallentare l'auto condotta da Giuseppe Benigno contro cui hanno esploso 9 colpi d'arma da fuoco. I carabinieri del Comando provinciale hanno acquisito le immagini di alcune telecamere di sorveglianza che hanno ripreso l'agguato scattato nei confronti di Benigno, il quale, ferito all'altezza della scapola, riuscì a sfuggire ai sicari e a guidare fino all'ospedale Civico di Palermo. Giunto in ospedale l'imprenditore venne operato. Dopo essere sfuggito all'agguato, Benigno si era rifugiato in provincia di Mantova, dove i carabinieri lo hanno rintracciato e arrestato. Le indagini hanno documentato come Benigno fosse un soggetto interno alla famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno che operava in contatto con i vertici del mandamento e della famiglia mafiosa facente capo a Salvatore Francesco Tumminia (e, prima dell'operazione Cupola 2.0, con Filippo Bisconti).
Secondo gli inquirenti è evidente che l'arresto e la successiva decisione di collaborare con la giustizia di Filippo Bisconti, all'epoca capo del mandamento, avessero provocato delle forti ripercussioni.
Le indagini, che erano state focalizzate sul territorio belmontese già all'indomani dell'omicidio di Vincenzo Greco, hanno consentito, in tempi brevi, di ricostruire parte dell'organigramma della famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno individuando l'uomo che ne aveva assunto il vertice: quel Salvatore Francesco Tumminia che aveva accentrato il potere nelle proprie mani, gestendo il settore delle estorsioni, infiltrandosi nelle istituzioni sane della città e ponendosi quale punto di riferimento per la risoluzione delle problematiche più svariate da affiliati e insospettabili.

Tutto in mano al nuovo boss
Significativa la richiesta formulata al boss da un avvocato penalista al capo famiglia, di intervenire per fargli riscuotere un credito che da anni vantava nei riguardi di uno dei suoi assistiti; la gestione di una controversia sorta tra alcuni affiliati a seguito di una richiesta estorsiva formulata nei riguardi di un artigiano, fratello di uno degli uomini d'onore belmontesi. Le intercettazioni hanno fatto emergere le lamentele dell'artigiano che, dopo aver raccontato al fratello di aver ricevuto un pizzino contenente la pretesa estorsiva e le connesse minacce di morte e del coinvolgimento in tale vicenda di Stefano Casella e Antonino Tumminia (entrambi destinatari di una misura cautelare in carcere), si è rivolto al capo famiglia affinchè intervenisse per evitargli il pagamento del pizzo.
Dalle indagini è emerso anche il condizionamento del locale distaccamento del Corpo forestale della regione siciliana da parte del boss mafioso di Belmonte, il quale disponeva autonomamente i turni degli operai stagionali e organizzava a piacimento le squadre di lavoro, favorendo i dipendenti a lui vicini. L'ingerenza era tale che nel paese si era diffusa la convinzione che l'unico modo per ottenere un contratto stagionale fosse quello di parlarne direttamente con Tumminia il quale si faceva vanto delle minacce fatte nei confronti dei dirigenti dell'ufficio locale non collaborativi.

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