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di AMDuemila
I magistrati della procura di Palermo hanno riaperto il fascicolo sul delitto del segretario provinciale della Democrazia Cristiana, Michele Reina, ucciso il 26 marzo 1979, in quanto sarebbe emerso che i killer avrebbero utilizzato la stessa arma sia per Reina e un anno dopo anche per il presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella. L’arma in questione è una calibro “38” che sarebbe stata utilizzata da quei sicari ancora oggi a volto coperto. A riportare la notizia sono le pagine palermitane de “La Repubblica”.
I magistrati palermitani, guidati dal procuratore capo Francesco Lo Voi, già nei mesi scorsi avevano riaperto l’indagine riguardo l'omicidio Mattarella, visto che avevano chiesto agli specialisti del Ros e del Racis dei carabinieri di mettere a confronto una delle pistole utilizzate dal killer neofascista Gilberto Cavallini per uccidere il magistrato Mario Amato (a Roma, il 23 giugno 1980) con i proiettili sparati il giorno dell’Epifania a Palermo. Allo stato, però, non è possibile dire che Mattarella e il giudice antiterrorismo siano stati assassinati con la stessa pistola. Ma comunque la procura vorrebbe tentare altri esami, anche se i proiettili si sono ossidati.
Ad accomunare i due delitti, secondo le pochissime testimonianze, sarebbe quella strada di cambiamento intrapresa sia da Reina che Mattarella verso l’apertura ai Comunisti. Le due piste seguite per la nuova indagine sono quelle che vanno dalla matrice mafiosa ai suoi legami con il terrorismo nero. Per il delitto Mattarella, Cavallini e il suo compagno dei Nar Valerio Fioravanti sono stati comunque assolti definitivamente e quindi non potrebbero essere giudicati un’altra volta. Mentre per l’omicidio Reina, la posizione dei due è stata archiviata e quindi in qualsiasi momento, se verranno fuori altri elementi, potrebbero portare alla riapertura del capo d’accusa.
Nell’inchiesta che percorre una strada molto tortuosa piena di ombre e misteri, ci sono stati anche smarrimenti come il guanto sequestrato dalla Scientifica nell’auto dei killer, il 6 gennaio di 40 anni fa. Oltre a questo, non si trovano più due spezzoni di targhe sequestrate nel 1982 in un nascondiglio degli estremisti di destra a Torino: avevano gli stessi numeri, ma composti in modo differente, rimasti ai killer di Piersanti Mattarella, che avevano utilizzato delle targhe rubate per camuffare la 127 del delitto. A quel tempo gli spezzoni di targhe erano arrivati a Palermo, ma le comparazioni avevano smentito l’iniziale ipotesi. All’epoca rimase solo il racconto di Cristiano Fioravanti, che sosteneva di aver sentito il fratello parlare del caso Mattarella.

Foto © Letizia Battaglia

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