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di Karim El Sadi
26 anni fa saliva in cielo Padre Pino Puglisi, vittima di mafia

Una vita trascorsa a predicare amore, misericordia e perdono cristico dentro la sua parrocchia di Brancaccio, nel cuore di Palermo. Un'ancora per gli indifesi, i dimenticati e soprattutto per chi cercava di divincolarsi dalle grinfie dalla mafia. Questo era per i palermitani don Pino Puglisi, assassinato da Cosa nostra 26 anni fa. Nato il 15 settembre 1937 nel capoluogo Siciliano, precisamente nel quartiere di Brancaccio dove poi venne assassinato, "3P" (così si faceva chiamare dagli amici) aveva umili origini, il padre era un calzolaio e la madre una sarta. Decise già da giovanissimo di abbracciare la fede e dedicare la propria esistenza agli ultimi, in particolare impegnandosi a curare la propria terra, la Sicilia, da una malattia letale: la mafia. E su questa linea il suo primo banco di prova non tardò ad arrivare. Il primo ottobre 1970 venne nominato parroco di Godrano, un piccolo paese in provincia di Palermo segnato da una sanguinosa faida mafiosa dove rimase fino al 31 luglio 1978. Lì riuscì a riconciliare le famiglie dilaniate dalla violenza con la forza del perdono. In quegli anni seguì anche le battaglie sociali di un’altra zona degradata della periferia orientale della città, lo “Scaricatore”, in collaborazione con il centro della zona dei Decollati gestito dalle Assistenti sociali missionarie, tra cui Agostina Ajello. La vera sfida avvenne però a partire dal 1990, precisamente il 29 settembre giorno della sua investitura a Parroco a San Gaetano nel quartiere di Brancaccio. Tra quelle strade all'epoca strisciava prepotente la mentalità mafiosa indotta dalla presenza dei fratelli Graviano, i capi mandamento di Brancaccio legati alla famiglia del boss Leoluca Bagarella. Cosciente del predominio della mafia nel quartiere dov'era nato e cresciuto padre Pino Puglisi decise comunque di fare qualcosa e fornire un'alternativa soprattutto ai più giovani, i designati a diventare le nuove leve di Cosa nostra. Il 29 gennaio 1993 con pazienza, perseveranza e tanto coraggio "3P" raggiunse questo obiettivo aprendo le porte del "Centro Padre nostro" con il quale riuscì a strappare da un destino criminale ormai segnato tantissimi bambini e ragazzi di ogni età.
Nel frattempo collaborò con i laici della zona dell’Associazione Intercondominiale per rivendicare i diritti civili della borgata, denunciando collusioni e malaffari. L'antimafia cristiana di Puglisi stava iniziando a infastidire. Immediate furono le minacce e intimidazioni rivolte nei suoi confronti e in quelli dei suoi collaboratori. Ma padre Puglisi non demorse. “Mi rivolgo anche ai protagonisti delle intimidazioni che ci hanno bersagliato - disse il prete nell’omelia in ricordo della strage di Via D’Amelio - Parliamone, spieghiamoci, vorrei conoscervi e sapere i motivi che vi spingono a ostacolare chi tenta di aiutare ed educare i vostri bambini alla legalità, al rispetto reciproco, ai valori della cultura e della convivenza civile. Perché non volete che i vostri bambini vengano a me? Ricordate: chi usa la violenza non è un uomo. Noi chiediamo a chi ci ostacola di appropriarsi dell’umanità. E comunque facciamo sentire la nostra solidarietà e a coloro che sono stati colpiti. Andiamoli a trovare a casa, rimaniamo uniti. Abbiamo avuto la conferma che tutto ciò voleva essere un avvertimento per il nostro operato. Ma noi andiamo avanti. Perché, come diceva san Paolo, se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”. Padre Pino Puglisi si rese conto di essere un condannato a morte e che presto Cosa nostra gli avrebbe fatto pagare il conto per il suo "affronto". Ai suoi collaboratori, preoccupatissimi, disse con un filo di ironia e quel sorriso che lo contraddistingueva: “Il massimo che possono farmi è ammazzarmi. E allora?”.

"Padre questa è una rapina"
puglisi pino bcAlle le 20.45 del 15 settembre 1993, il giorno del suo compleanno, padre Puglisi di rientro a casa arrivò in piazza Anita Garibaldi, nel quartiere Brancaccio ad est di Palermo, con la sua Fiat Uno rossa. Don Pino, intento a varcare il portone di casa, venne afferrato per il braccio dal boss Gaspare Spatuzza che gli disse: “Padre questa è una rapina”. “3P” si voltò e sorridendo gli disse: “Me l’aspettavo”. Dietro il prete si nascondeva Salvatore Grigoli che dopo pochi secondi lo freddò da venti centrimetri di distanza con la sua semiautomatica silenziata calibro 7.65. Due colpi letali alla nuca del parroco. Don Pino si accasciò a terra, ma il suo viso continuò a sorridere nonostante il corpo fosse ormai senza vita.
Per l'omicidio furono condannati all'ergastolo in via definitiva Filippo e Giuseppe Graviano come mandanti dell'omicidio, mentre Grigoli ottenne 16 anni di reclusione in virtù della sua collaborazione. Il boss, infatti, dopo il suo arresto confessò che la ragione del suo pentimento fu quel sorriso del prete che "mi diede un impulso improvviso - disse - Quella sera cominciai a pensarci, si era smosso qualcosa".
Il movente dell'omicidio accertato in dibattimento fu “l'attività di impegno sociale e pastorale portata avanti” dal parroco a Brancaccio. Gli altri tre componenti del gruppo di fuoco e il capo Mangano furono condannati nell'ambito di un processo bis all'ergastolo per omicidio volontario aggravato. “Mafiosi vigliacchi avete ucciso un uomo coraggioso e indifeso” si leggerà su un lenzuolo appeso sulla cancellata della parrocchia di San Gaetano dopo la morte di don Puglisi. La salma fu tumulata presso il cimitero di Sant’Orsola, nella cappella di Sant’Euno, di proprietà dell’omonima confraternita laicale. Ad aprile 2013 la salma è stata poi traslata nella cattedrale di Palermo. Sempre in quell'anno, il giorno dell'anniversario della sua morte, il cardinale Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, ha reso nota la data della cerimonia di beatificazione di padre Pino Puglisi, di fatto avvenuta il 25 maggio 2013.

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