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fragala enzo c imagoeconomica 610di AMDuemila
Il riferimento al soprannome “Chicco” potrebbe chiamare in causa l’imputato Francesco Arcuri

Giovanni Di Giacomo ha pronunciato davvero il soprannome “Chicco” durante un colloquio in carcere con suo fratello? A deciderlo sarà una perizia scritta da un esperto di linguaggio per sordomuti che dovrà decifrare il (presunto) labiale di Giovanni Di Giacomo. Il risultato sarà acquisto agli atti per l’omicidio dell’avvocato Enzo Fragalà che è in corso davanti alla prima sezione della Corte d’Assise di Palermo. L’esperto dovrà riferire nella prossima udienza del 20 giugno. Secondo la ricostruzione dei magistrati, “Chicco” è il soprannome di Francesco Arcuri, imputato nel processo Fragalà e molto legato a Gregorio Di Giovanni. E Di Giacomo lo avrebbe citato in un colloquio, che si tenne il 19 luglio del 2013, nel carcere di Parma dove insieme c’era il fratello Giuseppe, poi ucciso in agguato di mafia nel marzo 2014, per attribuirli precise responsabilità nell’omicidio. Il soprannome compariva nelle trascrizioni delle intercettazioni ambientali fatte dalla polizia giudiziaria, ma c’è stata una rettifica in una nota integrativa che fa riferimento solo al movimento delle labbra, mentre il suono risulta incomprensibile. Quindi, per fare chiarezza la corte ha nominato il perito che si concentrerà sul movimento delle labbra di Di Giacomo. A chiederla è stata l’accusa, ma per la difesa di Arcuri non per niente decisiva. Infatti, secondo gli avvocati è ininfluente che “Chicco” sia davvero stato pronunciato e il riferimento al soprannome non escluderebbe che “Chicco” non sia Arcuri. Di Giacomo potrebbe anche aver alluso al fatto che Arcuri era stato pochi giorni prima coinvolto nei primi arresti dell’omicidio dell’avvocato.
Inoltre, nella prossima udienza, oltre all’esperto, farà il suo ingresso anche il collaboratore di giustizia del Borgo Vecchio, Giuseppe Tantillo, che dovrà riferire sulla sua partecipazione nell’organizzazione dell’omicidio. Quando Fragalà venne massacrato la sera del 26 febbraio 2010, il pentito era solo un “picciotto” del clan e si occupava più che altro di piccole estorsioni e scommesse clandestine, ma non è escluso che dopo abbia appreso informazioni importanti sull’omicidio. Secondo gli investigatori gli affiliati o persone comunque vicine alla famiglia di Borgo Vecchio organizzarono ed eseguirono l’agguato, che poi doveva essere solo una dura lezione per Fragalà per le scelte professionali addottate.

Foto © Imagoeconomica

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