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di Aaron Pettinari - Foto
Ritagli di giornale, post-it con interrogativi ed appunti scritti a mano, altri battuti a macchina, segni con il pennarello ora rosso, ora giallo, poi verde. Immagini di omicidi eccellenti, attentati e stragi che raccontano la storia vissuta a Palermo, in Sicilia ma con un riflesso che ha condizionato il Paese. E poi la ricerca della verità, in troppi casi ancora oggi negata, impressa in ogni pannello. C'è tutto questo nella mostra "Cadaveri eccellenti. I delitti irrisolti di Palermo: nell’archivio del giornale L’Ora tracce e indizi", allestita all’interno della Biblioteca centrale della Regione Siciliana (visitabile fino al 19 luglio in corso Vittorio Emanuele) ed inaugurata ieri con la partecipazione di tanti familiari di vittime di mafia. Dall'omicidio dl Presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella all'omicidio di Nino Agostino e sua moglie Ida Castelluccio (incinta), passando per gli omicidi Impastato, Giaccone, Costa, Scaglione, la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro ed il fallito attentato all'Addaura al giudice Falcone, ogni storia è curata in ogni particolare seguendo le parole ed i racconti dell'epoca ma anche riannodando i fili con le inchieste che ancora oggi vengono condotte su molti casi che sono rimasti irrisolti. E' il giornalista de La Repubblica, Salvo Palazzolo, ad aver curato la mostra dopo aver esaminato l’archivio del giornale L’Ora di Palermo, custodito alla Biblioteca centrale della Regione Siciliana dalla chiusura del giornale nel 1992, e ieri c'è stato un dibattito per riflettere assieme sul passato, ma anche sul presente, a cui hanno partecipato il vice direttore de L’Ora Franco Nicastro, il prefetto di Palermo Antonella De Miro, e alcuni familiari delle vittime, Vincenzo Agostino, Giovanni Impastato e Antonio Scaglione. Dopo gli onori di casa del direttore della Biblioteca Carlo Pastena, ognuno ha raccontato un pezzo di storia. E' stato proprio Palazzolo a ricordare come l’indice delle “buste” della cronaca è oggi on line, dopo un complesso lavoro di catalogazione, e in ognuna di esse "viene raccontato un pezzo di Palermo che spesso viene dimenticato spesso per protezione dal dolore o per il desiderio di vivre una città normale. Ma aprendo queste buste, imbattendomi nelle immagini di storie come quella di Nino e Ida Agostino, ammazzati il 5 agosto 1989, con le vittime che salgono a tre se pensiamo che Ida era incinta, ho avuto come un cazzotto; rimanendo colpito dal fatto che ancora oggi non sappiamo chi li ha ucciso. In questa mostra non raccontiamo solo i cold case, ma anche le storie delle persone che come noi avevano sogni e speranze per la città e che sono state ammazzate. E sarebbe bello che ogni cittadino, ogni scuola, adottasse una busta per proseguire un lavoro di ricerca della verità per una storia che ci riguarda".
Vincenzo Agostino, con la sua lunga barba, con emozione ha preso la parola raccontando quel che avvenne in quel disgraziato 5 agosto: "Io ho un filmato nella testa. La voce fi mia nuora che dice 'mi stanno ammazzando mio marito', io che mi alzo e vedo aprirsi la porta e mio figlio che viene colpito dai colpi di pistola. Quella giovane donna che si rialza e dice agli assassini che lei li conosce. Loro che le sparano al cuore. Io, mia moglie Augusta, che oggi non c'è più e che coraggiosamente ha sempre chiesto verità e giustizia, non abbiamo mai smesso di lottare. Le indagini sono state più volte chiuse e riaperte e ogni volta mi si diceva di non preoccuparmi, 'che si stava arrivando'. Ma dalle prime indagini ho capito che c'era qualcosa che non andava, mentre La Barbera mi interrogava dicendo che se non dicevo tutta la verità mi avrebbe arrestato, o quando mi mostrava le foto di Scarantino perché sperava che accollassi a lui la responsabilità di essere quell'uomo con la faccia brutta che avevo visto. Anni dopo abbiamo saputo chi era quell'uomo, con tanto di nome e cognome. Un persona che a Palermo conoscevano tutti. Quel Giovanni Aiello che è morto di infarto, anche se la domanda se sia stato un infarto vero o di Stato mi è sempre rimasta". "In questo Stato - ha concluso ancora Agostino - c'è qualcuno che ha fatto il doppio gioco e noi non lo dobbiamo avere accanto".


Del profondo valore della memoria di questa iniziativa ha parlato nel suo intervento il professore Scaglione, oltre ad aver ricordato l'impegno del padre che da magistrato si occupò di casi importanti come quello su Portella della Ginestra, l'omicidio Placido Rizzotto o quello a Gaspare Pisciotta, avvelenato in carcere. "Mio padre fu uno dei primi magistrati ad intuire la pericolosità di Liggio, Riina e Provenzano in un tempo difficile dove molti processi si concludevano con l'insufficienza di prove a causa dell'omertà di molti testimoni - ha ricordato - Si occupò anche della strage di Ciaculli, crimine efferato con un'auto imbottita di tritolo, ma svolse anche attività di repressione contro i reati della pubblica amministrazione. Ad esempio impegnandosi per far riconoscere come incostituzionale quella norma con cui veniva stabilita l'impunità degli assessori regionali". Anche sul delitto Scaglione, processualmente parlando, non vi è stata una verità anche se gli atti processuali dimostrano proprio le responsabilità dei corleonesi nel delitto. E a confermarlo, anni dopo, è stato anche lo stesso Riina che, parlando in carcere con il compagno d'ora d'aria Alberto Lorusso, ha fornito diversi particolari sulle modalità di quell'omicidio ammettendo la propria responsabilità.
Successivamente è stata la volta del prefetto Antonella De Miro capace di mettere in fila tutti gli interrogativi ed i misteri che si annidano dietro queste storie ma anche di ricordare fatti di cui spesso ci si dimentica come "la sentenza per cui anche Presidenti del Consiglio, è dimostrato dalla sentenza, hanno avuto incontri con i mafiosi fino al 1980" (riferimento alla sentenza Andreotti), che "l'attacco allo Stato non c'è stato solo tra il 1992 ed il 1994 ma anche tanti anni prima" o che "nel 1989 Falcone, dopo l'attentato all'Addaura, parlò di 'menti raffinatissime' per individuare chi si nascondeva dietro a quel tentativo di ucciderlo". E' stato il giornalista Franco Nicastro, a ricordare l'impegno del giornale ed il contributo che l'informazione riesce a dare anche superando la magistratura. "In questi pannelli leggiamo cose di grande attualità. C'era la necessità di raccontare e approfondire quello che accadeva. I titoli erano importanti, c'era una grammatica vicina alla cultura del titolo anglosassone. Erano brevi, evocativi, paradigmatici. E c'era questo clima familiare. Un giornale di frontiera e di periferia, capace di parlare del Paese influenzando anche la politica del Paese, non solo parlando di mafia ma anche aprendo discussioni pubbliche, separando le regole del giornalismo, che venivano rispettate, dalla sensibilità politica, che comunque era presente". Nicastro ha ricordato le grandi firme del giornale, a cominciare dal direttore Nisticò. A concludere è stato Giovanni Impastato che ha ricordato la lunga battaglia nella ricerca di verità sull'omicidio di Peppino, fatto passare per un terrorista. "Ci fu un depistaggio - ha detto - e volevano farlo pesare per un terrorista anche quando lui non aveva nulla a che vedere con il terrorismo. Non furono perquisite le case dei mafiosi. Sparirono anche documenti, tra cui una carpetta dove Peppino teneva elementi sulla strage di Alcamo, del 27 gennaio 1976. La ricerca della verità è stata lunga e ha visto in particolare l'impegno di mia madre". Impastato ha dunque ricordato il lungo percorso per arrivare alla condanna di don Tano Badalamenti, il boss di Cinisi contro cui Peppino Impastato puntava il dito con irriverenza e determinino. "Noi almeno abbiamo avuto giustizia - ha concluso Giovanni Impastato - Altri familiari vittime di mafia no. Ma la ricerca della verità, fare memoria su quello che è successo non si deve interrompere. Per non entrare nella fase dell'indifferenza".

Foto © ACFB

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