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I retroscena dell’assassinio raccontati dai tre collaboratori a distanza di dieci anni

L’imprenditore Vincenzo Urso, ucciso la notte fra il 24 e 25 ottobre 2009, sarebbe morto perchè sarebbe stato a conoscenza dei rapporti che intercorrevano tra il suo “ex suocero” Francesco Lombardo, capomafia di Altavilla Milicia, e i servizi segreti. Non solo. Come movente dell’omicidio ci sarebbe anche l’abbandono della figlia del boss dopo dieci anni di fidanzamento, il non rispetto delle regole e soprattutto l’attentato omicidio proprio nei confronti di Lombardo, ferendolo con un colpo di pistola. Tutto questo è emerso a distanza di dieci anni grazie alle rivelazioni di tre pentiti: Massimiliano Restivo, Francesco Lombardo e suo figlio Andrea. I collaboratori di giustizia hanno portato alla luce non solo il movente ma indicato gli autori materiali dell’omicidio del giovane imprenditore, cresciuto tra le fila della cosca Lombardo. Ieri i carabinieri di Bagheria hanno arrestato Luca Mantia, l’autista del commando che uccise Urso.
All’interno dell’ordinanza di fermo di Mantia, 32 anni di Termini Imerese, i magistrati della Dda hanno riconosciuto come mandanti dell’assassinio: Francesco Lombardo e suo figlio Andrea, come mediatore, Massimiliano Restivo che si occupò di assolvere i killer Luca Mantia e Piero Erco (che materialmente avrebbe sparato con una pistola 7.65). “Come ben sapete - ha detto Andrea Lombardo ai magistrati - mio papà già da tempo collaborava con i servizi segreti, questa voce era arrivata all’orecchio di altre persone, diciamo a livello mafioso, e naturalmente si ripercuoteva su mio papà, sulla sua credibilità; questa voce era arrivata da Vincenzo Urso perché mio papà gli aveva dato la confidenza, come l’avevo io la confidenza; lo sapevano anche gli inquirenti”. Da quanto emerso a conoscere dei rapporti tra Lombardo e i servizi erano in due: il figlio Andrea e Vincenzo Urso. “Mi accompagnò (Urso, ndr) in uno di questi incontri - ha spiegato ai magistrati Francesco Lombardo - Non vi partecipò, rimase in disparte ma sapeva che stavo incontrando uno dei servizi”.
Secondo gli inquirenti, i tre collaboratori sono affidabili in quanto si sono autoaccusati dell’omicidio. Ai magistrati Bruno Brucoli, Francesco Gualtieri, Gaspare Spedale hanno raccontato le dinamiche e i particolari, che mancavano fino al momento della collaborazione, in cui sarebbe nato l’omicidio nel 2009. A riconoscere come mandanti i Lombardo padre e figlio è stato in passato anche il pentito Zarcone, che permise il loro arresto nel 2017.
Dai racconti si è scoperto che Francesco Lombardo sarebbe stato ferito in un agguato da Urso e dal suo fratellastro Pietro Incandela. Attentato da cui il boss si sarebbe miracolosamente salvato, ma con un proiettile in corpo avrebbe fatto il giro degli ospedali palermitano per farsi curare. “Prima sono andato da un medico amico al Policlinico, poi da un infermiere fidato al Civico - ha raccontato Lombardo ai magistrati - Entrambi non riuscirono a togliermi il proiettile. Nemmeno un altro medico amico che lavora in una clinica privata di via Sciuti riuscì ad estrarmi il piombo”. Solo in una clinica privata di viale Regione Siciliana, il boss sarebbe riuscito a farsi medicare, “ma nel referto i medici scrissero che mi curarono un tunnel carpale”.
La rabbia del boss sarebbe esplosa nel momento del tradimento da parte di Urso per aver lasciato la figlia dopo dieci anni di fidanzamento. Infatti, Lombardo non avrebbe digerito che il giovane avesse lasciato sua figlia per mettersi poi con un’altra donna. “Tu e tuo fratello avete sbagliato nei miei confronti” avrebbe detto Lombardo riferendosi al comportamento di Urso e del fratellastro Pietro Incandela. I due killer per l’ingaggio avrebbero ricevuto 20 mila euro. E’ così che si sarebbe chiuso il conto.

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