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aula tribunale e toga c imagoeconomicadi Aaron Pettinari
Dichiarazioni spontanee del boss catanese durante il processo d'appello sull'omicidio di Luigi Ilardo
"A Catania non toccano nessuno. In altre parti non mi riguarda"

"Cosa nostra? Dovete spiegarmi cos'è". "Un uomo d'onore? Uno può essere uomo d'onore per il modo di fare. Non perché mafioso. Io tengo all'onore della mia famiglia. Alla fidanzata, che non l'ho mai tradita". "L'omicidio Ilardo? Non ne so niente. Se avessi avuto un gruppo criminale mi sarei tolto lo sfizio di uccidere qualche parente del collaboratore Ferone che ha ucciso mia zia". A parlare è il boss catanese Vincenzo Santapaola, figlio di Salvatore e nipote del capomafia Benedetto, facendo spontanee dichiarazioni davanti la Corte d'assise d'appello di Catania durante il processo per l'omicidio di Luigi Ilardo (cugino del boss Giuseppe 'Piddu' Madonia, assassinato il 10 maggio 1996) che lo vede imputato con Giuseppe Madonia, Maurizio Zuccaro ed Orazio Benedetto Cocimano.
Ad un certo punto, però, durante la sua "autodifesa", di fatto ha anche rivelato di essersi opposto ad un progetto di morte nei confronti del Procuratore di Catania Mario Busacca. E il periodo di riferimento sarebbe proprio quello degli anni delle stragi in cui a morire furono magistrati come Falcone e Borsellino. "Di Raimondo l'ho conosciuto in carcere a Catania nel 1993 - ha detto Santapaola - lui aveva contatti con persone di Palermo che al mille per mille posso dire non li conosco. Io non sono stato mai a Palermo... Devo essere sincero e spontaneo e non l'ho mai detto ma può trovare conferma, quello che dico, nelle dichiarazioni di Brusca, che voleva uccidere tramite i catanesi Busacca che all'epoca era il Procuratore capo. E si è rivolto a Di Raimondo. Però qualcuno dei Santapaola, ed eravamo in pochi non al 41 bis, io e mio cugino, il figlio di Benedetto. E lui dice, Santapola Vincenzo, non lo precisa, gli ha detto: 'non ti rischiare di fare una cosa del genere'".
"Non ho mai conosciuto palermitani, e questa persona - ha detto ancora - ma pur conoscendo non ti permettere perché non puoi fare una cosa del genere. Perché nessuno ha fatto una cosa del genere a Catania. E pensa che una persona che è dignitosa non fa una cosa del genere contro lo Stato. Perché è facile scendere il dito come faceva Nerone. Ma io non l'ho mai fatto".
Nel suo "flusso di coscienza" Santapaola ha attaccato i due collaboratori di giustizia ed in particolare prendendosela con Di Raimondo accusandolo "di ritorsioni contro di me per questo e perché non gli davo confidenza a questa persona che agiva con un gruppo suo e faceva cose di testa sua". Poi ancora ha detto di non avere niente a che fare con l'omicidio Ilardo in quanto "in quell'epoca, da pochi mesi, avevano ucciso mia zia Minniti Carmela. Sapete benissimo come è andato il fatto e che è stato un collaboratore di giustizia in libertà che si è permesso di ucciderla e che ha ucciso anche altre persone innocenti. Io in quel momento ero frastornato. Se Di Raimondo voleva uccidere il procuratore Busacca e gliel'ho impedito pensate che potessi dare mandato a Di Raimondo di dire, sai, sto facendo questo, sto facendo quello? Io non ho neanche la cognizione di quello che stava facendo lui".
Successivamente Santapaola ha rivendicato la sua innocenza nell'omicidio del giornalista Pippo Fava ("un delitto eccellente in cui sono andato assolto con formula piena") ed è tornato sulle accuse dell'omicidio Ilardo: "Se io avessi avuto un gruppo criminale, e sarei stato un criminale, io mi sarei tolto lo sfizio di far uccidere qualche parente di Ferone che aveva ucciso mia zia. L'avevamo saputo subito nel 1995 che lui aveva ucciso mia zia... Una vendetta la potevi fare per una cosa del genere e non nel 1996 per Ilardo che a me non mi interessa. Ha fatto fare trecento mandati di cattura e né io né qualcuno della mia famiglia c'eravamo nei mandati. A me Ilardo non mi viene niente.
Infine Vincenzo Santapola ha allontanato da sé ogni responsabilità criminale ("Sono il nipote di Benedetto Santapaola e basta... sono un poverino... un ergastolano per niente... non sono né un criminale, né uno che fa parte a Cosa nostra") per poi insistere: "Tu mi dici di ammazzare il procuratore e io ti ho detto 'non ti rischiare'. E chi sei? E poi a Catania lo sapete benissimo che non toccano a nessuno. Poi in altre parti non mi interessa perché non mi riguarda. A Catania noi (noi chi?, forse si riferisce agli stessi mafiosi? ndr) rispettiamo le persone dello Stato e lo sapete benissimo e lo potete dire a voce alta". In conclusione in qualche verso criptica, in pieno stile mafioso come in precedenza era capitato con altri boss di primo piano, da Pippo Calò, a Totò Riina fino a Giuseppe Graviano. Ma Vincenzo Santapola, l'ha detto anche oggi: lui i palermitani non li conosce.

Foto © Imagoeconomica

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