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ciancio mario c imagoeconomica 1di Margherita Furlan
Don Nitto, tra i responsabili dell’omicidio del generale dalla Chiesa, continua a essere innominabile, mentre la notizia del sequestro del gruppo editoriale di Ciancio è oramai dimenticata.
"Provo estremo disagio a essere alla guida di una procura in cui solo alcuni decenni fa si negava l'esistenza di Cosa Nostra”, spiegò il procuratore capo di Catania, Carmelo Zuccaro, a fine settembre, all’indomani del sequestro dell’intero patrimonio di Mario Ciancio Sanfilippo, l’editore più potente del Sud Italia.
A Ciancio, imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, sono stati sequestrati 31 società, partecipazioni, giornali, televisioni, ville, casali, forzieri e 25 milioni di euro in conti correnti. Soprattutto, per la prima volta in Italia, grazie alla Legge La Torre, è stato disposto il sequestro di un quotidiano - ‘La Sicilia’ - per ragioni di mafia. Eppure, nonostante la straordinarietà della notizia, “tacciono tutti”, aveva scritto Claudio Fava. E il silenzio continua. Anche ora, mentre emergono i dettagli sulla decisione presa dal Tribunale di Catania, tutta la stampa nazionale - unica eccezione ‘Il Fatto Quotidiano’ - mantiene un inquietante silenzio sulla vicenda. Ed è questo uno di quei casi in cui il silenzio fa rumore, perché qualcuno, a ben vedere, potrebbe confonderlo con quel “puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”, di cui parlava il giudice Paolo Borsellino.
Massimo Novelli, sul quotidiano diretto da Marco Travaglio, oggi ricorda come su ‘La Sicilia’ si tacesse sempre sui crimini perpetrati dal boss mafioso Nitto Santapaola, mentre venivano enfatizzati i suoi successi imprenditoriali. Un linguaggio mafioso sotto forma di linea editoriale? Non possiamo affermarlo nella veste di giornalisti ma possiamo osservare il modus operandi. Giuseppe Fava, scrive Novelli, venne assassinato nel gennaio del 1984. Il giornale di Ciancio, allora, sostenne che non si trattava di un delitto di mafia, anche perché il giornalista ammazzato, come titolò il quotidiano, ‘non indagava sulla mafia ma solo la raccontava’. Diversi anni dopo, come è noto, Santapaola sarebbe stato condannato all’ergastolo come uno dei mandanti dell’omicidio. Ma ‘La Sicilia’ tacque. Analogamente a quanto fece nel 1981, quando pubblicò una foto che divenne “manifesto politico-mafioso”. “Documentava l’inaugurazione della Pam Car, concessionaria di automobili Renault nel cuore della città etnea, racconta Novelli. Accanto alle autorità locali, dal prefetto Francesco Abatelli al questore Agostino Conigliaro, che presenziavano, nell’immagine si vedeva una sorridente signora Carmela Minniti. Era la titolare della filiale, e soprattutto la moglie di don Nitto”. Tutti accorsero. “L’inaugurazione solenne voluta e imposta da Santapaola fu il luogo della rivelazione e del simbolo, da essa Catania e la Sicilia dovettero capire che la mafia è vincente”, scrisse Giorgio Bocca nel 1988 su ‘La Repubblica’. Che ora tace. Nell’ottobre del 1982, invece, tutti i quotidiani diedero conto dei primi mandati di cattura per l’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa in via Carini, a Palermo. Allora a tacere fu solamente “La Sicilia”. “Un noto boss”, scrisse la testata di Ciancio a proposito di don Nitto. Ancora lui.
“Abbiamo grandi responsabilità è vero - spiega il procuratore di Catania, Zuccaro - ma il clima delle connivenze era come se avesse innalzato dei muri da abbattere, compito che oggi spetta a noi e che noi stiamo portando avanti con caparbietà".
Caparbietà che ora viene annichilita dal potere dell’informazione. Chi ne dispone può influenzare, colpire, modificare la “visione del mondo” d’immense masse umane. Un potere sconfinato nelle mani di un numero ristrettissimo di persone. Che decide di portare alla luce alcuni gravi misfatti, di politici o d’imprenditori italiani, ma di mafia no, non si deve parlare. Il sipario oramai è calato. Lasciamo pure che nessuno se ne debba preoccupare.

Foto © Imagoeconomica

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