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livatino rosario c fotogrammadi Davide de Bari - Documentario
Era la mattina del 21 settembre 1990 quando la mafia uccise il giudice Rosario Livatino. Come ogni giorno, Livatino stava percorrendo il viadotto Galena sulla statale Agrigento-Caltanisetta per andare a lavoro, da solo: aveva rifiutato la scorta, infatti, per paura di mettere a rischio altre vite. Il giudice era a bordo della sua utilitaria (una Ford Fiesta amaranto) quando i killer fermarono l’auto e cominciarono a sparare. Livatino scese dall’auto e provò a sfuggire al fuoco arrivando, in fin di vita, in un dirupo accanto alla strada. E mentre il suo assassino gli si avvicinava per eliminarlo, il magistrato gli chiese: “Perché? Cosa ho fatto?”. Gaetano Puzzangaro non rispose e sparò.

Il significato di essere magistrato e il rapporto con la fede
Rosario Angelo Livatino nacque il 3 ottobre 1952 a Canicattì, in provincia di Agrigento. Amava studiare fin dalla tenera età. Rosario decise di seguire le orme del padre, studiando legge alla facoltà di Giurisprudenza di Palermo. A soli 22 anni si laureò con il massimo dei voti e la lode. Vinse diversi concorsi, fino ad arrivare a quello tanto ambito, nella magistratura. “Oggi ho presentato giuramento: - scrisse Livatino nel suo diario - da oggi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige”. E’ da qui che Livatino cominciò a comprendere cosa significasse fare il magistrato. “E’ da rigettare l’affermazione secondo la quale, - disse Livatino - una volta adempiuti con coscienza e scrupolo i propri doveri professionali, il giudice non ha altri obblighi da rispettare nei confronti della società e dello Stato e secondo la quale, quindi, il giudice della propria vita privata possa fare, al pari di ogni altro cittadino, quello che vuole. Una tesi del genere è, nella sua assolutezza, insostenibile”. E poi ancora: “Occorre fare una distinzione tra ciò che attiene alla vita strettamente personale e privata (del giudice) e ciò che riguarda la sua vita di relazione, i rapporti con l’ambiente sociale nel quale egli vive. Qui è importante che egli offra di se stesso l’immagine non di una persona austera o severa o compresa del suo ruolo e della sua autorità o di irraggiungibile rigore morale, ma di una persona seria sì, di persona equilibrata, sì, di persona comprensiva e umana, capace di condannare, ma anche di capire”.
Per il magistrato l'esercizio del giudicare non era un compito semplice e che non poteva trascendere dal rapporto con il “divino”. Infatti, accanto al suo corpo inerme fu trovata l’agenda di lavoro in cui alla prima pagina c’era una sigla “STD” “Sub tutela Dei”: un'invocazione medievale perché Dio aiutasse chi doveva compiere un dovere pubblico. “E' proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio - disse Livatino - Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata. Il magistrato non credente sostituirà il riferimento al trascendente con quello al corpo sociale, con un diverso senso, ma con uguale impegno spirituale. Entrambi, però, credente e non credente, devono, nel momento del decidere, dimettere ogni vanità e sopratutto ogni superbia; devono avvertire tutto il peso del potere affidato alle loro mani, peso tanto più grande perché il potere è esercitato in libertà e autonomia”.
Dal 1979, quando fu nominato sostituto procuratore del Tribunale di Agrigento, Livatino iniziò ad indagare sulla mafia agrigentina, la “Stidda”, composta da bracci armati fuoriusciti da Cosa nostra. In particolare, si occupò dei rapporti della mafia con i circuiti dell'economia, dando inizio a quella che verrà chiamata “Tangentopoli Siciliana”. Dal 21 agosto 1989, Livatino fu nominato giudice a latere e della sezione misure e prevenzione del Tribunale di Agrigento. L’"intromissione" del magistrato all’interno degli affari della mafia fu una vera “spina nel fianco”, poiché Livatino condusse diversi processi contro mafiosi agrigentini condannati poi all’ergastolo.

Giustizia per Livatino
Fu Pietro Nava - agente di commercio poi diventato testimone di giustizia - che, essendosi trovato sul luogo dell’agguato di Livatino, decise di raccontare quanto aveva visto agli investigatori. Grazie a Nava vennero arrestati e condannati gli assassini del giudice “ragazzino”: finirono all'ergastolo come mandanti Antonio Gallea e Salvatore Perla, in qualità di killer Paolo Amico, Domenico Pace, Gaetano Puzzangaro, Salvatore Calafato e Gianmarco Avarello. A ricevere, invece, uno sconto di pena, i pentiti Giuseppe Croce Benvenuto e Giovanni Calafato.
Nel 2011 l'arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, ha firmato il decreto per avviare il procedimento di beatificazione del giudice.
Rosario Livatino è stato un magistrato di alto valore morale, per il quale attingeva sia alla fede che ai fondamenti della legge dello Stato. La storia del giudice di Canicattì è la testimonianza che è possibile svolgere la propria professione, non solo quella del giudice, con rettitudine, indipendenza, senso del dovere ed integrità, in una società che in gran parte disconosce questi principi. “Quando moriremo - è una delle frasi di Livatino che resta scolpita nella Storia - nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma quanto siamo stati credibili”.

Foto © Fotogramma

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