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de mauro mauroOggi la manifestazione in via delle Magnolie
di Aaron Pettinari
Sono circa le nove di sera del 16 settembre 1970. Mauro De Mauro rientra a casa alla guida della sua BMW e si ferma al numero 58 di Viale delle Magnolie in uno di quei tanti quartieri della nuova Palermo. Uno sguardo verso l’ingresso di casa dove vede la figlia Franca in compagnia del fidanzato. I due giovani decidono di lasciare spalancato il portoncino del palazzo e si dirigono verso l’ascensore. Una volta che il padre avrà parcheggiato la macchina saliranno sopra tutti insieme per la cena. L’ascensore arriva, ma Mauro De Mauro non si vede. Improvvisamente si sente una voce, con forte accento siciliano: “amuninne” (andiamo). Pochi attimi dopo la BMW è già lontana e in Viale delle Magnolie c’è solo il silenzio. Quando la figlia incuriosita si dirige in strada è già troppo tardi: l’auto del padre è scomparsa e non ha lasciato nessuna traccia.
Quarantotto anni dopo, domani, i familiari di De Mauro torneranno in via delle Magnolie dove alle ore 10 è fissata una manifestazione, che si svolge dal 2015, organizzata dall'Unione nazionale cronisti italiani. Un evento dove, tra gli altri, interverranno anche il vicepresidente nazionale dell'Unci, Leone Zingales, il presidente dell'Unci Sicilia, Andrea Tuttoilmondo, il presidente regionale dell'Ordine dei giornalisti, Giulio Francese e il segretario regionale dell'Assostampa, Roberto Ginex.
E' grande l'amarezza se si considera che dopo quasi mezzo secolo la verità sulla scomparsa del cronista non è stata completamente accertata.
Secondo il pentito Francesco Marino Mannoia i resti del giornalista rimasero sepolti per diversi anni sotto un ponte del fiume Oreto ma successivamente i capimafia della zona decisero di rimuovere le ossa che furono sciolte in un fusto pieno d'acido. Certo è che il corpo di De Mauro non è mai stato ritrovato.
In questi anni si sono celebrati processi (unico imputato il capo dei Capi Totò Riina, oggi deceduto, assolto in via definitiva) con la formula dubitativa di “incompletezza della prova”.
Nel febbraio del 2016 sono state depositate le motivazioni della sentenza della Suprema Corte. Lì è scritto che la causale dell’omicidio sarebbe “individuabile nelle informazioni riservate di cui la vittima era entrata in possesso in relazione alla sua attività professionale (verosimilmente - anche se non certamente - riconducibili, secondo le risultanze del processo di merito, al coinvolgimento di esponenti mafiosi nella morte di Enrico Mattei)”.
Gli ermellini hanno poi evidenziato come “gli elementi di prova raccolti sia di natura storico-dichiarativa che di natura logico-indiziaria, che sono stati puntualmente e congruamente analizzati e valutati, nella loro valenza singola e complessiva, da entrambe le sentenze di merito (anche in primo grado, nel 2011, Riina era stato assolto da tale accusa, ndr), all'esito di una disamina scrupolosa che costituisce il risultato congiunto delle ampie argomentazioni spese dalle Corti territoriali di primo e di secondo grado, non hanno tuttavia permesso di accertare un ruolo diretto o indiretto dell'imputato nel delitto”, e la conseguente conclusione assolutoria (per non aver commesso il fatto) “risulta coerente a una corretta lettura delle emergenze processuali ed è perciò incensurabile in sede di legittimità”.
Ma la ricostruzione storica, nel complesso, viene confermata.
In particolare i giudici di primo grado si erano soffermati nella ricostruzione degli ultimi giorni di vita del giornalista concentrandosi soprattutto sull’inchiesta che lo stesso portava avanti rispetto alla morte del presidente dell’Eni, vittima in un incidente aereo nell’ottobre del 1962. Del resto De Mauro aveva accettato un’incarico dal regista Rosi che gli aveva chiesto un aiuto per scrivere una sceneggiatura proprio sulla storia di Mattei.
E da buon giornalista De Mauro si era recato a Gela ed a Gagliano Castelferrato, dove anni prima si era recato Mattei, intervistando e contattando i vari personaggi incontrati dal presidente dell’Eni in Sicilia.
Aveva anche scritto degli appunti, inseriti in una busta gialla, che in molti ricordano di avere notato tra le mani di De Mauro fino al giorno stesso della scomparsa.
Ed è in quella busta gialla, scomparsa, che potrebbe essere contenuta la verità sull’omicidio Mattei. Ma anche quei documenti sono spariti nel nulla. Scrivono i giudici di primo grado: “La causa scatenante della decisione di procedere senza indugio al sequestro e all’uccisione di Mauro De Mauro fu costituita dal pericolo incombente che egli stesse per divulgare quanto aveva scoperto sulla natura dolosa delle cause dell’incidente aereo di Bascapè". E poi ancora: “Nella sceneggiatura approntata dovevano essere contenuti gli elementi salienti che riteneva di avere scoperto a conforto dell’ipotesi dell’attentato. Bisognava agire dunque al più presto, prima che quegli elementi venissero portati a conoscenza di Rosi e divenissero di pubblico dominio”.
Secondo i giudici di Palermo la rivelazione di un attentato a Mattei, progettato con la complicità di apparati italiani (e forse con il supporto della Cia), avrebbe avuto “effetti devastanti per i precari equilibri politici generali, in un paese attanagliato da fermenti eversivi e tentato da svolte autoritarie”. Tuttavia con la sentenza della Cassazione del giugno 2015 si sanciva definitivamente quanto scritto dai giudici d'appello, ovvero che: "con riguardo ai rilievi concernenti la ricostruzione degli ultimi giorni di vita del De Mauro e l’urgenza di eliminare il predetto giornalista, può condividersi l’assunto del pm appellante. (…) Tuttavia, la fondatezza di tali rilievi non pare che possa comunque giovare alla tesi accusatoria, solo rafforzando il convincimento che - soprattutto in considerazione del lunghissimo lasso di tempo trascorso dai fatti, del relativo atteggiamento di riserbo tenuto dal De Mauro sulla natura della scoperta fatta, degli svariati campi di indagine che il suo lavoro in quegli ultimi tempi poteva avere riguardato; dell’opera di sistematico depistaggio compiuta da soggetti interessati a dissolvere nel nulla ogni elemento utile a ricostruire la vicenda -, risulti particolarmente difficile se non impossibile distinguere con certezza i fatti come realmente accaduti”. A 48 anni di distanza dalla scomparsa, dunque, non resta che fare memoria. Rendendo comunque onore a chi è stato eliminato semplicemente perché stava facendo il proprio dovere.

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