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di Davide de Bari
Erano le 10.55 del 5 maggio 1971 quando Cosa nostra assassinò il procuratore Pietro Scaglione e l'autista Antonio Lorusso. Il magistrato, come ogni mattina, si era recato al cimitero per visitare la tomba di sua moglie Concetta. Quel 5 maggio doveva essere uno degli ultimi giorni a Palermo, prima di essere trasferito a Lecce. L'auto del giudice si trovava su via Cipressi quando venne affiancata da una Fiat 850 dei sicari della mafia che non esitarono a sparare contro l'auto del procuratore. E' in questo modo che morì uno dei magistrati più coraggiosi nel combattere la mafia in quegli anni. Il suo omicidio suscitò tanto scalpore che nell'editoriale del “Corriere della Sera” pubblicato il giorno dopo, Alberto Sensini scriveva: “Il caso Scaglione segna un confine che non può essere oltrepassato, un punto di non ritorno”.

L'omicidio che inaugurò la stagione stragista

Pietro Scaglione entrò giovanissimo in magistratura nel 1928. Si occupò fin da subito di mafia. Tra le sue mani passarono tutti i fascicoli più scottanti, dalla strage di Portella della Ginestra agli omicidi dei sindacalisti Salvatore Carnevale e Placido Rizzotto; dai crimini del bandito Salvatore Giuliano alla strage di Ciaculli, senza contare i procedimenti contro Luciano Liggio e la cosca dei corleonesi. Nel 1962, Scaglione fu nominato procuratore capo della procura di Palermo. Era uno dei pochi che conosceva il mondo della mafia, intuendo anche le trame più oscure e le nuove vie di crescita dell'organizzazione. Erano anni in cui la giustizia non riusciva a farsi valere. I processi di Bari e Catanzaro nel 1969 erano terminati con numerose assoluzioni per insufficienza di prove.
Quello di Scaglione fu il primo omicidio che inaugurò la stagione stragista di Cosa nostra che si protrasse fino alle stragi di Capaci e via d'Amelio. Fino a quel momento la mafia non si era spinta così a tanto, l'ultimo omicidio “eccellente” era stato quello di Emanuele Notarbartolo nel 1983. E ci si abbandonò alla superficiale frase: “Tanto si ammazzano fra di loro”.

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Pietro Scaglione e Antonio Lorusso


Il giudice Giovanni Falcone scrisse nel suo libro “La posta in gioco” che l'omicidio Scaglione ebbe “lo scopo di dimostrare a tutti che Cosa nostra non soltanto non era stata intimidita dalla repressione giudiziaria, ma che era sempre pronta a colpire chiunque ostacolasse il suo cammino”. Anche il giornalista Mario Francese in un articolo il 6 maggio 1971 scrisse che Scaglione “fu convinto assertore che la mafia aveva origini politiche e che i mafiosi di maggior rilievo bisognava snidarli nelle pubbliche amministrazioni. E’ il tempo del cosiddetto braccio di ferro tra l’alto magistrato e i politici, il tempo in cui la linea Scaglione portò ad una serie di procedimenti per peculato o per interesse privato in atti di ufficio nei confronti di amministratori comunali e di enti pubblici”. E sulla morte del procuratore Scaglione, il giudice Paolo Borsellino affermò al quotidiano “La Sicilia” che “la mafia condusse una campagna di eliminazione sistematica degli investigatori che intuirono qualcosa. Le cosche sapevano che erano isolati, che dietro di loro non c’era lo Stato e che la loro morte avrebbe ritardato le scoperte. Accadde così per Scaglione […].
Pietro Scaglione era un magistrato onesto in tempi in cui era difficile esserlo e proprio per questo pagò questa “colpa” con la vita. Con il decreto del Ministro della Giustizia del 1991, con parere favorevole del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura), il magistrato fu riconosciuto “vittima del dovere e della mafia”. Anche oggi sarà ricordato dai suoi familiari e dalla società civile.

In foto di copertina: Pietro Scaglione insieme al generale Carlo Alberto dalla Chiesa

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