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sequestro immobile 610Operazione della Dia di Trapani
di Aaron Pettinari - Video
Un patrimonio mobiliare, immobiliare e societario di “svariati milioni di euro” è stato sequestrato questa mattina dalla Direzione Investigativa Antimafia di Trapani, che ha dato esecuzione ad un decreto di sequestro anticipato ai fini della successiva confisca di prevenzione, al 78enne mercante d'arte Giovanni Franco Becchina. Secondo gli investigatori dietro di lui ci sarebbe addirittura l’ombra della primula rossa di Castelvetrano, il boss Matteo Messina Denaro. Grazie alle indagini condotte dalla Dia di Trapani, coordinate dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi e dal sostituto Geri Ferrara, è emerso che “a gestire le attività illegali legate agli scavi clandestini ci sarebbe stato l’anziano patriarca mafioso, Francesco Messina Denaro, poi sostituito da suo figlio: il latitante Matteo Messina Denaro”.

Le accuse
Non è la prima volta che Becchina viene colpito dalle indagini dell’autorità giudiziaria. Già nel 1992, sulla base delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Rosario Spatola e Vincenzo Calcara, che lo indicavano come vicino sia alla famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, che alla famiglia mafiosa di Castelvetrano, per conto della quale avrebbe trafficato reperti archeologici, Becchina era stato indagato per concorso in associazione mafiosa.
Tuttavia era sempre riuscito ad uscire indenne con una sentenza che dichiarava la prescrizione su tanti traffici internazionali di reperti archeologici.
Anche Giovanni Brusca, l’ex boss di San Giuseppe Jato, nel 2004 aveva parlato della passione per l’archeologia e l’arte del superlatitante. Non solo. Disse che Messina Denaro  gli fece incontrare Becchina, riconosciuto da lui in foto, che gli avrebbe dovuto fare recuperare un reperto che valeva un miliardo e mezzo di lire. Doveva essere “merce di scambio” con lo Stato per ottenere benefici carcerari per i detenuti.
Ed anche il pentito Angelo Siino ha rilasciato dichiarazioni sull’esistenza di cointeressenze economiche tra Becchina ed esponenti di spicco della consorteria mafiosa.



Nei mesi scorsi, però, si sarebbero aggiunte nuove testimonianze come quella di Giuseppe Grigoli, ex patron di Despar in Sicilia condannato per essere stato il braccio imprenditoriale del superlatitante Matteo MessinaDenaro, che ha iniziato a parlare con i pm palermitani. Secondo quanto riportato da "La Repubblica", ai magistrati Grigoli avrebbe riferito di aver ricevuto delle buste piene di soldi da Becchina, fra il 1999 e il 2006, e che avrebbe consegnato al cognato del boss di Castelvetrano, Vincenzo Panicola.
Da ultimo, poco prima di morire, anche il collaboratore di giustizia castelvetranese Lorenzo Cimarosa ha parlato dei rapporti esistenti tra Becchina e Matteo Messina Denaro. “Informazioni che gli avrebbe riservatamente rivelato Francesco Guttadauro,nipote prediletto (attualmente detenuto per mafia) della primula rossa di Castelvetrano”, dicono gli inquirenti. Il provvedimento di sequestro colpisce aziende, terreni, conti bancari, automezzi, ed immobili, tra i quali l’antico castello Bellumvider di Castelvetrano, la cui edificazione si fa risalire a Federico II, nei secoli successivi eletto a residenza nobiliare del casato Tagliavia-Aragona-Pignatelli, principi di Castelvetrano.

Il furto dell’Efebo di Selinunte
Sempre secondo alcuni collaboratori di giustizia, ci sarebbe stato proprio Francesco Messina Denaro dietro il furto, nel 1962, del famoso Efebo di Selinunte, statuetta di grandissimo valore storico archeologico recuperato dalla polizia a Foligno, in Umbria, il 14 marzo 1968. Il collaboratore di giustizia marsalese Mariano Concetto ha dichiarato, invece, di aver ricevuto l’incarico dai vertici del suo mandamento mafioso di trafugare il famoso Satiro danzante, reperto archeologico conservato a Mazara del Vallo. Ad ordinare il furto sarebbe stato Matteo Messina Denaro, che avrebbe poi provveduto a commercializzarlo attraverso canali svizzeri.
“Lo svolgimento da parte di Becchina di un fiorentissimo traffico internazionale di reperti archeologici, di durata trentennale, è stato attestato nella sentenza emessa in data 10 febbraio 2011 dal Gup di Roma”. Inoltre, aggiungono gli investigatori “è stata accertata, in via definitiva, dal Tribunale di Agrigento che, al termine del procedimento di prevenzione celebratosi a carico del noto imprenditore mafioso Rosario Cascio,con decreto del 21 giugno 2011 ha disposto, tra l’altro, la confisca della Atlas Cementi S.r.l., società costituita nel 1987 proprio da Becchina e della quale Cascio era entrato a far parte nel 1991". Emigrato dalla natia Castelvetrano in Svizzera, dopo aver subìto una procedura fallimentare, nel 1976, Becchina a Basilea, trovava lavoro come impiegato in una struttura alberghiera. In seguito, intraprendeva l’attività di commercio di opere d’arte e reperti archeologici, avviando la ditta Palladion Antike Kunst. Nel 2001, i carabinieri del nucleo tutela patrimonio culturale scoprirono a Basilea alcuni box gestiti da Becchina, dove era stipato un tesoro con oltre 5.000 reperti archeologici provenienti da scavi clandestini (restituiti all’Italia alcuni anni fa) tutti di epoca compresa tra l'VIII secolo avanti Cristo e il III dopo Cristo.

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