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bagarella c letizia battagliadi Miriam Cuccu
D'ora in poi il boss Leoluca Bagarella potrà trascorrere l'ora d'aria insieme a un altro detenuto. Il ricorso del legale difensore Antonella Cuccureddu, scrive La Repubblica, è stato accolto dal giudice di sorveglianza. Il capomafia corleonese cognato di Totò Riina è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Bancali (Sassari): un complesso in cemento armato progettato per ridurre al minimo i contatti tra i reclusi, dotato di celle divise in blocchi per quattro detenuti alla volta. Finora l'isolamento del capomafia sarebbe stato esteso anche all'ora di socialità, disposizione che non sarebbe prevista dal regime di 41 bis a lui imposto.

Bagarella, arrestato il 24 giugno '95, è giunto a Bancali a seguito delle proteste presentate dal suo avvocato sulle condizioni a suo dire ai limiti della sopportazione umana nella casa circondariale di Nuoro: controlli 24 ore su 24 dei suoi movimenti in cella per mezzo di telecamere e l'assenza di protezione per la “turca”, al centro della cella e affianco al letto. Ma la lista dei ricorsi vinti da Bagarella non si ferma qui. Lo scorso aprile il boss aveva chiesto e ottenuto – dopo più di quattro mesi – di poter inviare i suoi auguri di Natale a Riina, al carcere di Parma. Una missiva che, inizialmente, era stata stoppata dal giudice di sorveglianza. Si poteva mai permettere a due tra i boss più sanguinari di Cosa nostra e protagonisti della stagione stragista di scambiarsi comunicazioni scritte? Alla fine però l'aveva spuntata lui, e la lettera – poche righe dal contenuto apparentemente innocuo – era arrivata al cognato un mese dopo Pasqua.

graviano giuseppe 610

Già nel 2007 la stampa nazionale aveva parlato dell'inasprimento del carcere duro per Bagarella a seguito delle dichiarazioni spontanee rese a un processo in cui era imputato per omicidio. Il boss era intervenuto per smentire il presunto tentativo di scambio delle fedi nuziali con il capomafia catanese Nitto Santapaola. I due, che avrebbero dovuto “fare cambio” di cella, avrebbero infatti lasciato sul tavolo i propri anelli. Circostanza che aveva fatto pensare a una sorta di “patto” suggellato tra Catania e Corleone, e sulla quale erano state aperte delle indagini. In aula Bagarella aveva dichiarato di voler smentire “una notizia data dall'ANSA di Palermo”, scritta dal giornalista Lirio Abbate, più volte oggetto di minacce. Ma come faceva a sapere la fonte della notizia trapelata sugli organi di stampa? Certo è che il boss corleonese non è nuovo all'esternazione di inquietanti “proclami” in sede giudiziaria. Nel 2002 aveva rotto il suo silenzio sostenendo che i capimafia erano “stanchi di essere strumentalizzati, umiliati, vessati e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche… abbiamo iniziato una protesta civile e pacifica… Tutto ciò cesserà – era stato l'ammonimento – nel momento in cui le autorità preposte in modo attento e serio dedicheranno una più approfondita attenzione alle problematiche che questo regime carcerario impone”. Parole come pietre seguite, pochi giorni dopo, da un lettera che un gruppo di mafiosi detenuti aveva affidato al segretario dei Radicali italiani, indirizzata agli “avvocati parlamentari”: “E dove sono gli avvocati delle regioni meridionali, che hanno difeso molti degli imputati di mafia e ora siedono negli scranni parlamentari, e sono nei posti apicali di molte commissioni preposte a fare queste leggi. Loro – proseguiva la lettera – erano i primi, quando svolgevano la professione forense, a deprecare più degli altri l’applicazione del 41 bis. Allora svolgevano la professione solo per far cassa... Ora non si preoccupano...”.

dellutri marcello sguardo

Il carcere duro non ha mai cessato di essere un tarlo nelle menti dei padrini di Cosa nostra. Nel 2009 fu il capomafia di Brancaccio Giuseppe Graviano – che tra due giorni comparirà al processo trattativa Stato-mafia – a mandare un messaggio più che criptico: al dibattimento contro l'ex senatore Marcello Dell'Utri, dopo essersi avvalso della facoltà di rispondere, il boss aggiunse: “Per il momento non sono in grado di essere sottoposto a interrogatorio”. Vedremo “quando il mio stato di salute me lo permetterà”. Un segnale che forse qualcuno si affrettò a raccogliere, dato che una settimana dopo giunse l'improvvisa revoca per Graviano dell'isolamento diurno. Coincidenze o precisi avvertimenti?

A proposito di 41 bis: proprio poche settimane prima della disposizione della socialità per Bagarella il Dipartimento di amministrazione penitenziaria, la Direzione nazionale antimafia e Garante dei detenuti hanno varato un provvedimento che regola la vita dei detenuti al carcere duro che regola l’assistenza sanitaria, l'attività lavorativa, l'iscrizione ai corsi scolastici, i colloqui con gli educatori. In quell'occasione l'invito era stato anche di “ragionare sulla limitazione del numero di persone da sottoporre al 41 bis”. Una mossa non particolarmente apprezzata da alcuni familiari di vittime di mafia, che fa tornare alla mente quei “segnali di distensione” con i quali nel '93 oltre trecento boss detenuti usufruirono della mancata proroga del carcere duro.

Foto di copertina © Letizia Battaglia

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