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polizia web0Freddato con un colpo alla testa
di Aaron Pettinari
Alla vigilia delle commemorazioni della strage di Capaci la mafia torna a far sentire la propria presenza. Il boss Giuseppe Dainotti è stato ucciso a colpi di pistola stamani in via D’Ossuna, nel quartiere Zisa, a poche centinaia di metri dal tribunale. Secondo le prime ricostruzioni, la vittima sarebbe stata affiancata mentre era in bicicletta da due uomini in moto che gli avrebbero esploso almeno due colpi in testa. Dainotti è una figura importante all’interno di Cosa nostra, imputato al maxiprocesso, una sfilza lunghissima di condanne per mafia, omicidio, favoreggiamento, rapina, droga. In particolare era stato ritenuto colpevole dell’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile e dei carabinieri Bommarito e Morici che l’accompagnavano, delitto del 1983. Fa parte della famiglia mafiosa del mandamento di Porta Nuova, ed era uno dei fedelissimi del capomafia Salvatore Cancemi, quest'ultimo poi diventato collaboratore di giustizia e deceduto negli anni scorsi.

Dainotti, che era condannato all’ergastolo, grazie una sentenza della Corte Costituzionale che bocciò il cosiddetto 'ergastolo retroattivo' giudicando illegittima una norma che, in determinati casi, consentiva retroattivamente l'applicazione del carcere a vita anziché quella della pena più favorevole dei 30 anni. Così la Cassazione dovette cambiare la sentenza di condanna commutandola a 30 anni.
Il boss di Porta Nuova, per espiazione della pena, fu liberato nel 2014. Da uomo libero girava in bicicletta per le vie di Palermo ma sulla sua testa pesava una condanna a morte da parte di altri boss. Una “morte annunciata” tenuto conto che proprio il fermo di chi lo aveva condannato a morte aveva scongiurato l’omicidio. “Attraverso i provvedimenti di fermo abbiamo posto fine a un'escalation di violenza, con omicidi che sarebbero stati messi a segno in un tempo più o meno breve. E' stata evitata una faida tra famiglie mafiose per la conquista della leadership" disse allora il Procuratore Capo Francesco Messineo. In quell’operazione, denominata Iago, furono arrestati in otto.
Dal carcere, il boss Giovanni Di Giacomo, con cui Dainotti gestiva negli anni '90 traffici di droga, aveva dato l'ordine al fratello Giuseppe Di Giacomo, ucciso poi a marzo del 2014, di eliminare alcuni esponenti mafiosi che si stavano organizzando per assumere il comando del mandamento dopo l’arresto del padrino di Porta Nuova Alessandro D’Ambrogio.
A mettere in evidenza il progetto di morte erano proprio le intercettazioni in carcere.
Tra le vittime designate c’era anche Dainotti ma anche altre figure come Luigi Salerno e dei fratelli Onofrio ed Emanuele Lipari. Ad indagare sul delitto è la Squadra mobile di Palermo, da questa mattina sul posto ci sono gli uomini della Scientifica, coordinati dal pm della Dda Anna Maria Picozzi. "Ho sentito due colpi d'arma da fuoco. Erano le 7:50. Erano da pochissimo usciti i miei figli. Mi sembravano giochi d'artificio. Qui si sparano sempre i giochi d'artificio a qualunque ora. Mi sono affacciata e ho visto un uomo a terra che perdeva sangue dalla testa. In strada non c'era nessuno - ha testimoniato una donna tunisina che abita in via D'Ossuna - Poco dopo è arrivato un ragazzo con una maglietta celeste. Gridava 'zio Peppino zio Peppino'. Subito dopo sono arrivate le auto della polizia e dei carabinieri. Non avevo mai sentito colpi di pistola. Una volta che mi sono resa conto che era stato commesso un omicidio sono rimasta impietrita".
Un fatto inquietante anche se apparentemente slegato dal contesto degli eventi che in questi giorni porteranno migliaia di ragazzi a Palermo per ricordare le figure di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti di scorta. Il delitto riaccende i riflettori su una mafia che è pronta a tornare all’uso violento delle armi. Nei giorni scorsi il Questore di Palermo aveva indicato il pericolo dell’uscita dal carcere di diversi capomafia storici. Da Giulio Caporrimo a San Lorenzo a Mariangela Di Trapani a Resuttana. Poi ancora Tonino Lo Nigro a Brancaccio, Pino Scaduto a Bagheria, Sergio Giannusa, Vincenzo Di Maio, Salvatore Castiglione e Antonino Cumbo. Vecchi e nuovi boss pronti a riempire quei vuoti che si erano aperti dopo gli arresti degli scorsi anni.

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