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provenzano bernardo effdi Adriana Stazio
Nuova udienza del processo per diffamazione che vede imputati il maresciallo Saverio Masi, il luogotenente Salvatore Fiducia, il loro avvocato Giorgio Carta e otto giornalisti. L’udienza di lunedì 5 dicembre davanti al giudice monocratico di Roma è stata dedicata al controesame del generale Sottili, in prosecuzione della scorsa udienza del 5 ottobre nella quale si era tenuto l’esame del pm. Ricordiamo che il gen. Sottili, che è parte civile in questo processo, è stato ascoltato in qualità di teste assistito in quanto tutt’ora indagato nel procedimento scaturito dalle denunce dei due sottufficiali. Il generale è inoltre a sua volta sotto processo davanti al Tribunale Militare di Roma con l’accusa di diffamazione continuata e pluriaggravata ai danni del maresciallo Masi e del luogotenente Fiducia.
All’inizio dell’udienza il giudice ha sciolto le riserve su alcune richieste delle parti. Ha rigettato la richiesta avanzata dal pm di integrazione dei capi d’imputazione per ne bis in idem (il principio giuridico secondo il quale una persona non può essere processata due volte per gli stessi fatti), essendo intervenuta già una sentenza di non luogo a procedere. Ha invece accolto la richiesta della difesa Masi, Carta e Fiducia, rappresentata dall’avv. Sandro Grimaldi, di ammissione delle prove testimoniali in precedenza non ammesse, così modificando la precedente ordinanza ammissiva delle prove, da ridursi però, per sovrabbondanza delle prove richieste, a soli tre testi a scelta della parte.
Un punto ritenuto importante per la difesa, in quanto questi testi sono importanti per dimostrare la fondatezza delle accuse dei due sottufficiali dei carabinieri e quindi, di riflesso, l’insussistenza del reato di diffamazione. Il giudice ha rilevato che ricorrono le circostanze in cui la legge prevede di poter provare l’innocenza in questo modo, ossia provando la veridicità delle proprie affermazioni (exceptio veritas).
Durante il controesame non ci sono state particolari novità rispetto a quanto già dichiarato dal gen. Sottili alla scorsa udienza.
Alla domanda del suo difensore, l’avvocato Ugo Colonna, Sottili ha ammesso che Masi non aveva motivi per accusarlo ingiustamente: “Io sono andato via nel 2006, Masi le accuse le fa nel 2009 dopo che nel 2008 era stato cacciato dal Nucleo Operativo non da me, ma dai miei successori, e denunciato per il reato per il quale poi è stato condannato in via definitiva”.
Se l’è poi presa con la stampa accusando i giornalisti di aver “ingigantito la questione, cercando di portarla in relazione all’indagine sulla trattativa che si sta svolgendo a Palermo” cercando di mettere in relazione gli ufficiali del Nucleo Operativo con gli ufficiali del ROS indagati per aver trattato con Ciancimino, “cosa di cui io non so nulla e che non c’entrano nulla con noi”. Ha attaccato anche l’avvocato Carta che durante la conferenza stampa avrebbe lamentato che si indaga sui generali che erano dietro la trattativa ma mai sugli esecutori della stessa, riferendosi a loro. Ma è chiaro che nell’ottica delle prospettazioni dell’accusa al processo sulla trattativa Stato-mafia, la mancata cattura di Provenzano avrebbe fatto parte di questi accordi che non riguardavano il solo ROS dei carabinieri che si era “fatto sotto” con Vito Ciancimino secondo le parole di Riina riportate dai pentiti.
Il generale ha ribadito, come dichiarato alla scorsa udienza, che non erano autorizzati a fare indagini su Provenzano, tanto meno su Messina Denaro “perché Messina Denaro era un boss di Trapani”. Ma contemporaneamente ha ammesso nuovamente che delle indagini su Provenzano c’erano e che il mar. Masi con la sua squadra se ne occupava: “Nel 2001 quando sono arrivato a Palermo, erano già in corso indagini da parte della sezione del ten. Nicoletti (superiore diretto di Masi alla seconda sezione, ndr) anche con la squadra del mar. Masi, per mettere sotto controllo un casale dove si riteneva che potesse in qualche modo passare Provenzano”.
Sottili ammette anche che effettivamente ci furono indagini su una donna sospettata di essere legata a Matteo Messina Denaro (si riferisce alla donna che il maresciallo Masi aveva visto con Matteo Messina Denaro, ad aprirgli il cancello della villa di Bagheria in cui stava entrando con la macchina) e che questa fu un’indagine partita dalle indagini di Masi.
All’udienza era presente un gruppo di cittadini giunti da tutta Italia per assistere all’udienza e manifestare in tal modo la vicinanza agli imputati e l’attenzione di cittadini che chiedono verità e che non ci stanno a vedere sotto accusa, insieme ai loro difensori e ai giornalisti che hanno raccontato delle loro denunce, proprio quei testimoni che coraggiosamente denunciano in un Paese in cui, fuori e purtroppo anche dentro le istituzioni, a pagare è il silenzio e l’omertà. Basta vedere la passerella dei testi istituzionali al processo sulla trattativa Stato-mafia in corso a Palermo. Fuori dal tribunale i cittadini hanno esposto un cartello che recitava: “Solidarietà a S. Masi - S. Fiducia - avv. G. Carta e agli 8 giornalisti - No al bavaglio per le notizie scomode - Sì alla verità sulla trattativa Stato-mafia”.

Il processo è stato rinviato al 9 marzo 2017.

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