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carabinieri corleoneFoto e video
di Aaron Pettinari

Il nipote di Provenzano voleva riorganizzare la famiglia
C'era aria di rinnovamento nel mandamento di Corleone. Nonostante i continui colpi subiti lo storico clan dei padrini Totò Riina e Bernardo Provenzano stava serrando le fila instaurando nuovi rappoti con le famiglie vicine di Chiusa Sclafani e Palazzo Adriano. A mettersi in gioco, uno di famiglia, ovvero il nipote di “Binnu u tratturi”, Carmelo Gariffo, già arrestato nel 2006 in quanto uno degli uomini che smistava i pizzini durante la latitanza del boss, uscito dal carcere nel 2014.
Le indagini condotte dai carabinieri del nucleo investigativo del gruppo di Monreale e dalla compagnia carabinieri di Corleone, coordinate dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti procuratori Sergio Demontis, Caterina Malagoli, Gaspare Spedale, hanno dimostrato il suo ruolo in seno all'organizzazione criminale e sono di fatto il proseguimento delle indagini che nel novembre 2015 hanno portato all'arresto di sei persone. Così questa mattina è scattato il blitz (l'operazione è stata denominata Grande Passo 4) e questa mattina è stata eseguita un'ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Gip di Palermo Frabrizio Anfuso su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, nei confronti di 12 persone, accusate a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione e danneggiamento.
Gariffo poteva contare su un gruppo di fedelissimi dove l'allevatore Bernardo Saporito gli faceva da autista e l'operaio forestale stagionale Vincenzo Coscino, da gregario.



Sempre appartenente ai forestali a contratto era anche Vito Biagio Filippello. Inoltre fra gli arrestati vi sono anche il capo cantoniere Francesco Scianni, il figlio del capomafia Rosario Lo Bue, Leoluca, e Pietro Vaccaro, questi ultimi due allevatori. Hanno ricevuto un'ordinanza in carcere per le estorsioni Antonino Di Marco, Vincenzo Pellitteri e Pietro Masaracchia, boss già arrestati qualche mese fa nel blitz Grande Passo 3.
In particolare Masaracchia era stato intercettato mentre parlava di un progetto di attentato contro il ministro dell'Interno Angelino Alfano.
Diversamente, Gariffo, è stato intercettato mentre parlava della riorganizzazione della cosca, di appalti ed estorsioni con Di Marco: “Basta uno, non c’è bisogno di cento... Uno perché non mi posso muovere, due perché prima devo trovare una persona adatta eventualmente a comandare… però ciò non vuol dire che noialtri le cose non le dobbiamo fare e dobbiamo cercare di vedere come risolvere la situazione. Non facciamo cose affrettate”. Con Di Marco parlava anche di questioni economiche, tenuto conto di alcuni problemi sanabili soltanto grazie ad un estorsione ad un imprenditore di Alcamo, titolare dell'appalto per il campo sportivo. Un'esigenza economica urgente che valeva anche per altri affiliati, a quanto pare anche a  cominciare proprio dallo zio Bernardo Provenzano ed dal suo nucleo familiare, al quale, scrive il Gip nell'ordinanza, "sarebbe sicuramente spettata una parte di questi proventi: "Non ti dico che... deve riuscire per forza. Ma ci dobbiamo provare. Ci dobbiamo provare per tante ragioni. Una perché sono... azzerato completamente. E poi penso perché ci sia bisogno, non sono il solo ad avere il bisogno ma ce ne sono assai bisogno, il primo iniziando da mio zio e mio zio, certe cose, non se le merita".Contestualmente nell'operazione viene applicata la misura di sicurezza provvisoria della libertà vigilata, della durata di 2 anni, nei confronti di due proprietari terrieri, gli omonimi Francesco Geraci, nipote e figlio di un capomafia deceduto.
Nell'inchiesta è anche emerso un progetto di omicidio, sventato dai carabinieri, con due incensurati, Gaspare e Pietro Gebbia, che si erano rivolti alla famiglia mafiosa per uccidere un parente “in corsa” per un'eredità.
Gli investigatori avrebbero assoldato due uomini che dovrebbero essere proprio Pellitteri e Masaracchia promettendo la somma di tremila euro. E' dalle intercettazioni di Vincenzo Pellitteri e Paolo Masaracchia, considerato il capomafia di Palazzo Adriano, a settembre 2014, che emergono i motivi dell'omicidio. C'era di mezzo una eredità e un parente scomodo. "Allora, se lui scende, come lui scende, io gli faccio la festa. Subito…" - dice Masaracchia. L'omicidio, che doveva apparire come l'epilogo di una "storia di femmine", doveva avvenire nelle campagne di Contessa Entellina: "… là al cancello c'è una muntata (salita, ndr) così, no? … però è a due mezzine (ante, ndr), che si può chiudere a mano… devo andare a vedere là a questo abbeveratoio… no io invece devo andare a guardare questo cancello, queste cose, mi devo fermare a questo abbeveratoi, inquadrare bene…". Masaracchia fu arrestato nel precedente blitz e così il piano fallì. Altro aspetto importante è il contributo alle indagini offerto da una decina di impenditori che, sentiti dai militari, hanno ammesso di aver pagato il pizzo denunciando gli uomini della cosca. Altri, invece, hanno negato l'evidenza. Ma quel che conta è che a Corleone, finalmente, c'è chi ha avuto coraggio rompendo il muro di omertà.

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